Nel mese undecimo, il giorno diciassettesimo del mese, nel venticinquesimo anno della duemillesima età, la mano del Signore è scesa su di me.
In questi termini il Signore mi ha parlato:
Figlio dell’uomo, rivolgiti ai monti, ai monti che si vantano delle loro vette non calpestate dal passo della tormenta. E volgi la tua parola puranche ai colli, che si vantano più dei monti primeggianti e che hanno dimenticato la loro umile origine.
Lo farai piangendo, figlio dell’uomo. Ti chiederanno il perché di tante lacrime, andando per i loro allegri rifugi.
Allora tu risponderai così:
Piango perché si pesta il frutto della vite a maturata vendemmia. E cessata è ogni festa.
Ecco. Si inorgogliscono i monti per questo e, per la superbia dei colli, olezzi di viole echeggiano presso tutte le valli.
Per questo, così dice il Signore:
I piedi si destano prima che il respiro trovi dimora negli occhi.
Sboccia la tenebra.
Il silenzio abortisce tre volte sulle rosee guance della più ignara donna, nel balbettio di un suo sbadiglio.
Un libro sfoglia il giorno successivo e quello dopo, vibrante in sé medesimo ogni quotidiana presenza.
Una successione di più realtà celebra il tormento dei popoli con una voce preveniente ogni futuro inaccessibile.
È il discorso delle ombre, lì ove anche la meridiana si comprime e con il niente co-avanza.
Si cammina, dunque. Si cammina come si nasce.
I figli della donna ignara gettano i dadi oltre le fosse scavate dai loro padri.
False trame si tessono con l’orlo del precipizio.
Felice morte, il ricordo già gli appartiene.
Oggi e domani.
Terremotate parole sventolano a mezz’aria.
Il lutto è il pascolo dei poveri nell’acquitrino delle macerie suburbane.
Quando i pastori immoleranno gli ultimi capi più integri del gregge nemmeno i piccoli sfuggiranno al pasto solidale.
Ecco. I piedi si destano.
Fiorita è la tenebra.
Si nasce come si cammina.
Nel balbettio di uno sbadiglio.
L’orlo del precipizio è troppo corto, adesso.
Corto come il letto dove la donna più ignara accoglie il respiro della polvere nei suoi occhi, ultima dimora per ogni trama filiale.
E stretta, troppo stretta è la visuale per il cono d’ombra che brucia, per il suo bronzeo fischiettio che scotta.
Oggi e domani.
Felice ricordo: La morte già gli appartiene.
Il libro continua a sfogliare.
E giorno successivo, e ancora quello dopo.
La comprensione e la finzione, lo sforzo e il disprezzo.
Terremotate parole pascolano a lutto.
Sono loro le fedeli annunciatrici, vibranti ogni quotidiana presenza.
Fiorisce un virgulto.
Domani è ormai oggi.
Sbocciato come primizia e lacrima del germoglio.
A tramontata tenebra.
Oracolo del Signore.
Figlio dell’uomo, cosa te ne pare? Chi ha formato i monti e i colli non l’ha fatto dal grembo di una sola terra?
Tu sarai per me qual partoriente che all’ultima doglia, la più profonda, non piange, non urla, né si dimena per essa.
Ecco. Le nazioni muovono guerra su guerra e progettano vendetta su vendetta, vendetta su vendetta, vendetta su vendetta.
E perché desiderano soprattutto vedere, vedere, vedere, ecco. In te si vedrà ciò che non si è mai veduto. Tu concepirai nel mio concepirò. E oggi non lo chiamerai più oggi. Perché farò nuove tutte le cose. Perfino la sorgente.
(17/11/2025)


