Nell’anno venticinquesimo della duemillesima età, il giorno ottavo del quinto mese, quando l’Umanità tutta soffriva enormemente per le guerre dilanianti l’intero mondo, un mondo ottenebrato dall’idolatria, dalla ferocia e dalla malvagità, e mentre il popolo che forma la Chiesa del Signore andava riunendosi, nell’ora propria dell’elezione del nuovo Sommo Pontefice, la parola di Dio è scesa su di me, in questi termini:
Figlio dell’uomo, volgi il tuo sguardo a questa generazione e intona un lamento per essa. Sii tu a cantarlo per lei, oggi, e possa ridursi la terra nell’uomo prima che lo faccia il già fatto.
Dirai così:
Al gravitare dei miei preziosi anni anche il cielo, il solo osservare il firmamento, le sue stelle, come fossi esaminato da chissà quale arcana luce, mi squarcia in petto la sua aurora e un grido in gola mi giace, più non sa prendere quota. Non chiedetemi, no, non state qui a domandarmi cosa mi opprime. Sfigurato dalla ferita, che pure io ho inferto a questa terra, vado sfiorendo velocemente, perché il mio male è divenuto incurabile. Io, il ricco di figli. Io, il mai sazio di giorni. Io, il sentenziatore dei poveri, dei deboli, dei sofferenti e dei migranti. Eppure, in me, sento crescere l’esodo di tutte e sette le piaghe, e so già che né cavallo né cavaliere giungeranno alla terra delle delizie, tantomeno io avrò il permesso di entrare nei luoghi del suo riposo. Sì. Un’ulcera rapidissima è sorta nei miei pensieri; sanguina la mia mente di quel sangue che ho lasciato si bagnassero molte terre, lì dove il riposo è consentito solo a chi veglia, furioso. E non accetto più nemmeno la ragione. Odo la coscienza mia divulgare richieste di amnistia per ogni vizio capitale: no, non è un’ammissione di colpevolezza, la mia. Come potrei essere in debito, io, giustizialista perfino della giustizia, che vado sfamando anche i porci e i cani? Ecco. Il mio petto vomita l’allegria degli empi e degli ubriachi. Ho bevuto il calice dell’amarezza, fino in fondo l’ho bevuto e, sorpresa per la mia sorpresa, vi era lì sepolta viva ogni mia condanna. Vorrei tornare indietro, ma gravito insieme ai miei preziosi anni e ogni errore è storia per l’uomo, è storia per il bambino, è storia per l’anziano. Mi sono prostituito. Ho lasciato che in me si prostituisse perfino la prostituzione. E contrariamente ai tanti, io, per prostituirmi, ho dato soldi e averi. Sì. Non domandatemi, no, non state qui a chiedermi cosa mi opprime: come potrei essere in debito, io, giustizialista perfino della giustizia, che vado sfamando anche i porci e i cani? Ecco. La mia bocca vomita l’allegria degli empi e degli ubriachi. Eppure mi sento così lucido, oggi, da cantare il mio furioso lamento, perché irrimediabili sono le mie piaghe, e l’esodo della mia condanna, ammetto (sì, io lo ammetto), è paragonabile soltanto alla cavalcata della colpa delle colpe su di una terra senza più delizie, in un luogo dal non riposo, dove dimorano soltanto gli struzzi del deserto, con gli avvoltoi e gli sciacalli.
Questo è un canto. Intonato sulle otto note della grande lamentazione, sia da ammonimento per la generazione futura, quando avrà consapevolezza maggiore e conoscenza certa degli avvenimenti accadenti alla generazione presente, l’attuale.
Possa ridursi la terra nell’uomo prima che lo faccia il già fatto.
(08/05/2025)


