In quel che vorrai, per ciò che sarà. Certamente interminabili prosecuzioni di noi. Ancora che veglio, sostenuto e calibrato da quale intima volontà di possedersi a picco del mai neutrale fiore, come vetta inespugnata del suo nettare celeste. Questi corpi. Davvero l’abbondanza o l’indigenza divengono dettagli consumabili, eppure in essi ama dimorare, come creatrice sorgente, quel fuoco che tutto rinnova. Tu vuoi che io resti. Innaturale, quasi, al tempo e allo spazio, la luce che mi trascina con sé, in un andirivieni di collocazioni e di habitat, mi chiama, in luce di luce, per nome. Quel nome che hai raccolto, di là della stessa luce, all’altare fecondissimo delle nostre abbracciate labbra. Tempio vivo, io, della rinnovata alleanza. E tabernacolo della tua presenza. Si direbbe che anche il silenzio meno conoscibile ci detenga e ci consola, proprio come la parola che ci compenetra e ci stabilizza, arcobaleno di vien vieni e di viavai, nel quale essa trova esordio, effetto e compimento. Sono io, veramente sono io ciò che sarà, per quel che vorrai. Prosecuzione di noi, prolificante veglia la quale ci sigilla a picco del fiore mai neutrale, inespugnata vetta del suo nettare celeste. E questi baci, baci che non conoscono né giorni né corpi. Andirivieni di arcobaleni tra principianti orizzonti, ove parola e silenzio squarciano l’aria dei nostri canti, quando a fendersi sulle nostre labbra è la luce inconosciuta e amabile. Se tabernacolo della rinnovata alleanza io sono, e se tempio vivo della tua presenza mi vuoi, è lecito, giusto e puro proseguirci lì, dove si alimenta la nostra unità di unione e dove ad arrendersi andranno le potenze tutte, nell’ineffabile spirito, quello spirito genitoriale che decoro e presenza diviene del suo, del nostro interminabile amore. Per divenire tutti in tutto, prima, poco prima che tutto in tutto, con noi, sorgivi e definitivi, saremo ricondotti all’Uno, il quale, tutto in tutti, ci vivrà di eterno.
(13/10/2026)


