È un inizio. Perché tutto ha una origine, e tutto ebbe principio. In verità la stessa origine, il medesimo principio, trovano nella congiunzione delle loro equivalenze finimento e completezza, compimento e finitezza, per l’avveramento delle prossimità che gli competono nelle logiche catartiche provenienti dalle ricompattazioni similari e da tutte quelle modulazioni paraboliche innervate alla verità per ordine comparativo e metanoico. La rivelazione che si disfa della storia, del tempo, del subordinato e del complesso, per attestarsi alla radice dell’individuo, senza mai soffermarsi al volume, pure espanso, della sua personalità. Sì, perché tutto ha un principio, tutto ebbe origine da un inizio. Io. Nell’io di Dio infatti, mutamento e sostenimento non trovano collocazione poiché l’unico, di per sé, è ovunque, eterno, e coloro che tendono a questo inizio debbono desiderare di volere essere, per divenire quella particola senza particolare la quale vanta il primato di chiamarsi io sono. Nessuna discendenza prima, tantomeno durante. Non lasciarsi corrompere dalla realtà strutturale, tantomeno contaminare. Dunque essere per avere un Dio da generare, il quale scriverà il nome suo nel divenente divenuto con la verità promanante dal suo ultimo concepimento: io sono Dio, nell’io di Dio. Vivere iniziando. Ovvero: iniziare per vivere. In un ingravidamento ciclico e atemporale sovvertente le dinamiche prime-ultime del finito nell’infinito a compiuta origine e ad avverato principio.
(01/01/2026)


