Rivelazione dell’Altissimo, trasmessami dal Signore Dio, per mezzo del suo santo Spirito, e in potenza della Persona del Figlio suo, l’amato, e rivolta a tutti coloro i quali sapranno custodire parola e profezia, con timore e saggezza, nel proprio cuore, dotato, sin dal principio, del germe salvifico della Verità. L’Altissimo si è manifestato a noi. Colui che è, che era e che viene, con la sua vita, morte e resurrezione, ci ha redenti, liberandoci dal male e dalla schiavitù del peccato, e sta per visitarci un’ultima volta, per compiere i tempi. Definitivamente. Un giorno di grande ira e di piena grazia e misericordia si è riservato il Signore, l’Onnipotente, nei Cieli come sulla Terra. E beati, certamente beati saranno quelli che sperano e credono in Dio e nella sua economia novella, la quale comprende e compenetra tutta l’opera di salvezza.
Nell’anno ventiseiesimo della duemillesima età, il giorno decimoquarto del nono mese, la mano del Signore Dio è scesa su di me. Egli mi ha condotto in spirito presso il luogo sacro della sua Santa Alleanza. Lì ad attendermi vi era uno, con l’aspetto simile a Figlio d’uomo, miriadi di volte più luminoso degli angeli dell’Altissimo, vestito con una tunica priva di cuciture e tutta tessuta in lino, e con uno stilo ed un calamaio tra le sue mani. Mi era impossibile guardarlo in volto. Mi disse, tra un tempo e più tempi: figlio dell’uomo, sai dove ti trovi, adesso? Togli i calzari che indossi, perché questo è un Luogo santo, Dimora del Santo. Tolti i calzari, Egli mi si è avvicinato. Infatti avevo perso forze in corpo e in spirito ma, con il suo soffio, mi ha subito ristabilito in essere. Poi mi ha parlato ancora, dicendomi: figlio dell’uomo, prendi lo stilo e questo calamaio e scrivi tutto ciò che stai per udire. In verità, vi sono angeli che bramano i luoghi della Conoscenza per fissarvi lo sguardo, ma a molti di essi non è stato dato di sapere, perché sono dei ribelli, come lo è il figlio della perdizione. Quanto a te, figlio dell’uomo, sarai istruito nella mia comprensione da Gabriele e aiutato, nella grande lotta, da Michele. Non temere di fronte a me, né dinanzi al libro che stai per aprire, prima di mangiarlo come fosse il mio corpo, e di berlo, come fosse il mio sangue. Ecco. Io sono il Vivente, il Primo e l’Ultimo. Mentre il mio Signore mi parlava, io mi sono accasciato nel mio animo ma Egli mi ha destato, per una seconda volta. Bocca a bocca mi ha parlato, ed io mi sono suscitato in Lui, mentre diceva:
Una voce grida.
E fuggono. Ognuno prende la sua strada con sé, correndo in su la via.
La strada, a sua volta, prepara il suo campo di battaglia in movimento.
In su la via è la rosa. Una rosa nera, carnivora, che sta per divorare sette bocche viola che le si avvicineranno, perché gli è stato concesso di conoscere del frutto del suo grembo.
Finché non partorisce colei che deve partorire, la terra non si ammanta di rugiada, mentre le spine stillano rivoli di sangue. Di sangue in sangue li stillano.
L’agguato prepara l’ultimo dei suoi agguati.
Per i campi di battaglia vanno quattro capri, ognuno dei quali con un corno al posto della bocca.
Ad oriente, come ad occidente, profanato nella pentola da scarnificare, bolle e ribolle l’osso innocente.
Da settentrione proviene il fuoco per la sepoltura. A meridione tutto è già pronto per il lamento funebre.
Dai cieli antichi di giorni lampeggia una cordicella di piombo, che scende per misurare i rivoli di sangue. Rivoli cresciuti come un fiume. Un fiume da non poter passare più a guado.
Trasmissioni di linguaggi sconosciuti, alternano i ciclici rimpianti umani alla nuova genealogia del dirompente mare.
Ecco il montone ferito che, nel giubileo dei giubilei, al rientro delle rondini migranti, tra le farfalle deportate, non restituisce né la pelle tantomeno il corno. In verità, non può.
L’ariete, spuntato tra i rovi della fertile sterpaglia, ha combattuto la sua penultima battaglia, dominando pienamente sul montone, al quale ha preservato respiro e silenzio.
Nel mare, frattanto, è sprofondato il grande drago, nella sua stessa nidiata di cenere e di fango. Attorno a lui un cimitero di insepolti, caduti per fame, per peste, per superbia. E di spada. Gli insepolti sono tutti stupiti della sua discesa tra essi. Egli sa che sta per giungere il suo tempo, tra un tempo e due tempi. Prepara il suo agguato. In lui vi è la sua nidiata. Egli ha fame. E non si pente della sua fame, poiché egli stesso è la superbia, la gola, la peste. E la spada. Ma egli ha paura.
Il tempo è sovrano quando principia dall’Eternità.
Ecco. Una rosa nera sta per divorare sette bocche più piccole, poiché deve partorire colei che deve partorire. E colei che adesso deve partorire, grida, lancia alte grida, piangendo per le sue doglie e per le sette spade inflitte nel suo casto petto.
Una voce grida.
E fuggono. Ognuno prende la sua strada con sé, correndo in su la via.
La strada, a sua volta, prepara il suo campo di battaglia in movimento.
In su la via è la rosa.
Più su ancora risuona il risveglio nella nascita del cherubino ed erompe l’alba. È un’alba che si squarcia da oriente ad occidente, con il nome della bestia che pende dal cielo plumbeo a quello bruno.
Si schiudono germogli, petali dopo petali si apre un fiore bianco. Esso spunta nel mio petto a due volti. E sette rose, le mie sette fiamme, vanno nella rosa nera gigante per stillare l’ultimo fiume di sangue dalla genealogia conclusa, ultimata. Di sangue in sangue lo stillano.
I seggi sono collocati. I sigilli sono sciolti. Il libro è aperto.
Non ancora iscritto, mi è stato dato un nome che è al di sopra di ogni altro nome.
Oggi, la giustizia e la pace hanno visitato i cieli dai cieli e la terra dalla terra.
Oggi, Io sono proclamato, da ogni schiera e milizia celeste in battaglia, Infinito d’infinito e Re dell’universo.
E sette rose vegliano sul mio respiro. Le mie sette fiamme.
Le stesse sette rose che hanno vegliato, da sempre, in colei che porta le mie sette spade nel suo castissimo petto, e che con il mio stesso sangue va calpestando in giù la bestia. Per abbatterla.
La bestia stramazzata è circondata da dodici stelle.
Dodici, come le porte che apriranno i loro frontali, quando entrerò nella città della gloria, della mia gloria, e vi porrò prima e ultima dimora. E ivi entrerà lei, la tutta pura e la tutta bella: la mia sposa.
Fin qui, la rivelazione dell’Altissimo.
Il Signore mi riprese nel suo anelito ed io, con me, riebbi forze. Mi ero addormentato nel suo santo Spirito.
Egli, guardando il mio volto, mi disse:
rialzati, figlio dell’uomo. Mangia tutte le pagine di questo libro, come fossero cieli arrotolati all’inverso, pronti a implodere come un frutto del mio seno, nel tuo ventre. Poi, bevine i tempi.
Soggiunse:
queste parole sono veraci: io sono la Via, la Verità e la Vita.
Tu dirai:
così dice il Signore Dio, il quale sta per schiudere la sua tempesta, per figgere la Terra in uno dei suoi sette Cieli:
chi crede alla mia parola e la mette in pratica, Io stesso lo proclamerò beato nell’ultimo giorno, e meriterà il medesimo premio che ho riservato ai miei servi, i profeti, nei quali, da sempre, mi rivelo nel mio Verbo. In verità, ecco. Non passerà questa generazione, prima che tutte queste cose si compiano.
Oracolo del Signore Dio.
(14-17/09/2016)


