“Tiene in mano la pala e pulirà la sua aia e raccoglierà il suo frumento nel granaio, ma brucerà la paglia con un fuoco inestinguibile.”
(Mt 3, 12)
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Il vagliatore calpesta avanzi di tizzoni fumanti, tra fieno e paglia: non ne viene fuoco, così come il fiore non è più ornamento del giardino. L’uomo si fa battaglia da sé, dinanzi a caduchi petali che nei loro transeunti vaneggiamenti rendono amara la steppa e infeconda, ancor più infeconda la terra. Il nettare che il vento sporca mutila le ali alle colombe quanto più preda, preda e rapina, nel becco insalivato dei rapaci. E non occorrono distruzione, fame, terrore e fossa, a questo genere di persone: esso, infatti, è la mistura delirante di orrore, negazione e tracotanza, un esercito disgustoso di cannibalesca ferocia che va imbastardendosi ancor più dinanzi all’innocenza ed al coraggio. Origini che si dimenticano delittuosamente tra le pietre, le più pregiate, diritti che non sono garantiti né concessi ad esistenze imbavagliate con le micce sporche del potere, dinanzi ad un mondo mal rappresentato, mal governato, male onorato. Mondo. Una figlia del tuo popolo improvvisa un canto. Nemmeno due anni e già sorride e corre, corre e sorride mentre, per il fastidio provocato, porci e canaglie le tagliano la gola e non sazi, non sazi di tanto nettare prezioso, le spezzano pure le gambe. Nigeria. Terrore, fossa, distruzione e fame, non occorrono a chi approva, giorno dopo giorno, tutto l’orrore che ti pervade, che ti circonda e che del tutto sola ti vuole, sola e imbavagliata nella prole armata di una condanna. Già, condanna. L’unica parola che, con larghe intese, certi uomini vanno chiamando “la tua battaglia”. Il vagliatore calpesta avanzi di tizzoni fumanti, tra fieno e paglia: non ne viene fuoco, così come il fiore non è più ornamento del giardino. Matura è la pula. E tutto questo lo sa chi custodisce nel suo petto il nome tuo, Nigeria, e che, dai granai del cielo, giustizia e diritto soffia, con il suo terribile ventilabro.
(26/08/2026)


