“Non si avvilisca il vostro cuore e non temete per la notizia diffusa nel paese; un anno giunge una notizia e l’anno dopo un’altra. La violenza è nel paese, un tiranno contro un tiranno.”
(Ger 51, 46)
A secolo lingueggiante, popolo si diventa.
Avete sorretto l’asta, avete soffiato sui brandelli di stoffa in assenza di vento. I colori li avete mangiati a cena, soltanto perché a pranzo si discuteva del viavai dei molti nulla, e dei vien vieni dei tanti niente. Il vociare libero che vi dà il castigo lo avete costretto nel congelatore, ma il ghiaccio delle vostre stufe da rimessa vi ha denudato gli occhi e forato gli orecchi. L’espansione del vento, il fibrillare cosmico delle terre che impunemente abitate, sta maturando, a causa del vostro putrido pensiero, in un pantano per bestie equestri sui terrapieni delle tralasciate casupole da ambasciate. Avete macinato il grasso con la fronte, con il sudore di chi vi sedeva accanto, e nel perdurare delle vostre frodi macro ecologiche avete partorito vipere e serpi. Infatti il nome che vi portate dietro è figlio di quell’aborto che vi siete procurato tra intelletto e coscienza, da pensiero a ragione. Ma il dubbio vi resta. Cosa mai potrà seppellire il frutto del vostro male, a intrappolate mani, se tale male è frutto delle sue medesime tenebre? Ecco. Avete sorretto l’asta lì dove le barricate urlavano i vostri nomi, e avete poi soffiato sui brandelli di stoffa poiché vento non c’era. I colori che avete mangiato a cena li ha rigettati il buio, e per le vostre indigestioni da salotto avete reso inabitabile perfino il niente. Eppure vi acclamano. Il lingueggiante popolo è ormai cresciuto, divenendo in voi potente. La vergogna che vi dà coraggio è diventata da affare di pochi, la scommessa di molti. Una dopo l’altra si svendono le città, come i loro paesi. Gli strozzini si leccano la barba, e da oriente ad occidente vige il fuso interesse da mercato internazionale, che gira nella solita ventiquattro ore portata a braccia nude, e a turno, da sette prostitute esperte. Forse domani qualcuno troverà tra le sue mani tracce di parole bruciate e comporrà il prefisso del suo personale pensiero asfissiato a memoria, inutilmente.
Ogni giorno giunge una notizia. Buona o cattiva, bisogna pur sempre farla accomodare. Come un popolo al quale si deve anzitutto la sovranità. Sì. Perché essa apre brecce nel paese, spalancando le porte sigillate delle più secretate città. E perché nel suo celeste è il mare.
(07/07/2026)


