Daremo ancora forme
ai mutamenti,
come occhi
che baciano amati occhi.
Non in visione, no,
ma da palpebre a palpebre,
nel concerto liquido
delle nostre pupille raggianti.
Lo spazio compresso
dalle solitudini dei nomi
acquisterà un corpo,
e questo corpo sarà destato
dai veloci palpiti dell’aria,
la quale andrà bevendo,
di sorgente in sorgente,
la nascente ora
del nostro solenne afflato.
Sarà un’ora generosa,
perché si farà prossima:
prossima della terra, della storia,
in tutta la sua fervente estate.
Oh, stagione vittoriosa!
Coronerà, dei tempi, il tempo,
con il suo canto interminato!
Ecco.
La luce si riempie del mio udire
e le acque si muovono
per il tuo parlare.
Tu accenni un atto di amore,
da coniugate opere diuturne,
e con l’estrazione del tuo respiro
tutto prende vita,
lì dove pressurizzava l’ombra
la sua dimenticata ombra.
Eppure anche le differenze,
in te, si armonizzano,
per estendersi nell’eguale,
mentre tace il buio,
vinto e superato
dal suo nucleo ineludibile.
Abiteremo l’oggi,
perché oggi è il nostro tempo.
E il tempo ci appartiene.
E innamorate forme
tramuteranno voci,
e consolidate voci
traluceranno corpi,
per la specie del nostro divenire
oltre ogni considerabile tempo,
dentro ogni considerabile verità
che ci consiste e che ci sussiste.
Nelle inviolate glorie di un amore
del quale siamo e amore e glorie,
di sempre in sempre,
tra le sue inviolabili volontà.
Nell’interminato non finibile
e nell’infinito non terminabile.
Oltre noi, sì, ben oltre noi,
architetture principi e celesti
di sostanziate immensità.
(17/03/2026)


