Ho veduto alzarsi un fragore di suoni, un lucore di frastuoni mi ha sgovernato l’animo e tacerlo no, tacerlo non posso.
Come il raccolto di marzo nei suoi terribili baci.
Sono acqua, distesa su equidistanti golfi emersi dal medesimo lampo, io, abitante di un’eco mai doma dall’inusitato riflesso.
Emerge il feto vivo di un dialogo non ancora trascorso, cullato dai grappoli corallini della sorgiva burrasca.
Un sole di carne si va dissanguando su di me e, improvvise, profondano rugginite tenebre sulle mie gambe tremolanti.
Mi verso come ombra che passa sulla mia colpa: il suo nome dentro al mio nome, terribile.
Come il raccolto di marzo nel bacio della morte, il mio nome viene lasciato in balìa della terra, e nessuno, nessuno lo seppellisce.
Solo una donna, una donna solo mi è accanto e lo canta: Gerusalemme, Gerusalemme.
E non voler ascoltare, per non saper piangere.
Irrimediabile. Irrimediabile.
(28/02/2026)


