Nel dodicesimo giorno del mese ottavo, nell’anno venticinquesimo della duemillesima età, la parola del Signore è scesa su di me, in questi termini: figlio dell’uomo, è una veglia dal passo torturato e pesante la tua. Io, solo io veglio però sulla tua via. Ecco. Non avere remore per alcun presunto albore che sta per paventarsi all’orizzonte poiché, esso, è l’orizzonte mio. Va’, e ai monti e alle loro vette porta la mia parola. Guardando senza guardare, lascerò che dai tuoi occhi cada la mia rugiada, una rugiada che ha conosciuto il sapore dell’ulivo. Come della colomba il sangue, nel saluto alla pace. Tu, dunque, ti rivolgerai loro dicendo così:
Fermenta. È il nettare letale in un calice colmo di ira. Anche le risaie sono mature. Il freddo vento, che impolpa di sete atavica le più superbe mascelle, corre nel suo lungo, febbrile percorso. È il canto delle mandragole ai piedi dei mille e mille trucidati, morti vivi. Essi hanno mietuto lacrime e seminato al silenzio, hanno lasciato il loro immaturo seme tra terra e aria, senza poter potarne il terrifico dolore. L’ora si capovolge. Il giorno restituisce al giorno il breve sonno delle furtive tenebre. E fiorisce la falce. Sì. Una mannaia di cemento e di bronzo con alla punta un mandorlo in fasce al centro e, alle due estremità, da destra verso sinistra, un nome: il tuo. È tempo di dire, al mondo. È il momento di preparare l’ultimo sorriso e di appenderlo a quel nome. Oracolo del Signore. Nessuno raccoglierà lacrime seminate tracotantemente tra i campi di delirio e di vendetta. Nessuno ricorderà la tenebra che sta per capovolgere la veglia breve del giorno dall’ora incappucciata. Solenne, fiorisce la verga. Una verga per separare, non per congiungere. Una falce per aprire la terra, la stessa terra carica degli immaturi semi dei mille e mille trucidati, morti vivi. Una sciabola pronta a brillare, a scintillare, a illuminare. Una parola. Ben dosata, mai oscillante, eppure dettata dal tempo e che, nello stesso istante, detta lei medesima il tempo. Una lama. Ben levigata, affinché si adempi ogni giustizia. Oh, verga dai mille e mille colori! Ah, sciabola dalla doppia lingua che spacca, che corre, che infiamma! Che cosa per te sarà mai, questo giorno? E la notte, quando tutto si capovolgerà per l’ora incappucciata, in quale breccia scaverà il tuo ebbro rantolo? Ti ho amato come si ama solamente un figlio. Nel tempo in cui mi cercasti, le tue ferite lavai con il mio cuore. E con la mia lingua, con il mio braccio, ti ripulii del sangue. Poi ti aspersi con l’olio della mia consolazione. Divenisti grande. I miei occhi coprivano sovente, sempre più sovente, le tue nudità. Allora ti ho portato nel deserto, in un luogo di silenzio, di pace. Mi sono detto: tornerà a me, per chi ho amato come si ama solamente un figlio, sarò ancora un tenero bacio nell’abbraccio della mia misericordia. Ma tu hai dimenticato amore, padre, e onore. No. Io non ti chiamerò più per nome. È giunta la tua fine. Sì. La fine tua è giunta, o abitante della terra. Oracolo del Signore.
(13/08/2025)


