“Guai a coloro che attendono il giorno del Signore!
Che cosa sarà per voi il giorno del Signore?
Tenebre e non luce!
Come quando uno fugge davanti al leone
e s’imbatte in un orso;
come quando entra in casa,
appoggia la mano sul muro
e un serpente lo morde.
Non sarà forse tenebra, non luce,
il giorno del Signore?
Oscurità, senza splendore alcuno?”
(Am 5, 18 – 20)
Non lasciare che ad altri sfugga la smorta parola tra denti e occhi. Avversa, come un contrordine che nulla fa nutrire il caso, essa si estende sulla lingua biforcuta della serpe, che luce sanguina nei suoi portentosi agguati. Leccati le mani, le racimolanti, e parla con l’epiglottide smarrita di chi ti veglia, con retroverso cuore, tra le lande addomesticate del passato, ancora tutto da datare, e a varicate gambe, con inviolata esecuzione, espelli via da te quel decreto infanticida che ti approverebbe come la madre sua, la reiterata madre di un incontestabile lamento, doglia che digià sovviene a uscio del niente, oltre il quale, a balbettare con incantatrice voce, tra le piaghe di fuoco e di lacrime, è l’orrenda notte che chiama il suo astro cadente, con labbra bagnate da future ombre cadaveri, con il tuo nome di figlio, ignara che, in quel nome, si addormenterà la natura di ogni male e per intero il mondo.
(05/10/2026)


