Simone di Cirene

(Cinque passi verso il luogo del Cranio)

Cosa potevo io, di tutt’altro un gesticolare all’Uomo, un fare? Certo che dei campi, quando l’immerso lavoro sfianca l’anima sino ad infiammarla lacerando il corpo nei suoi sensi, sarei stato un grezzo figlio dell’aratro ebbene, io mai mi voltai all’indietro. Fu questo dunque il motivo netto, l’egemonia del mio adattamento alla futura volontà, che il nome abitato per la piacevole intenzione della mia genitrice andò ben oltre il tempo e i luoghi. Così abbracciai un verde legno mentre il Figlio dell’uomo, massacrato dalle infamie, rivolgendosi alle madri fece di tanta sostanza un lamento, profetizzando per quei loro grembi, per i loro figli e per i loro pianti. Oh Gerusalemme, piangi ripiegata su te stessa, disadorna e abitata dal nome nuovo, la non amata. Se almeno fossi sterile! Quale forza io subii per la rappresentazione dei princìpi lo seppi quando il mio sguardo volse giorni dopo l’occhio chiaro all’aratro senza tornarlo dietro.
Cosa avrei fatto se avessi abbracciato un legno fradicio, per apparenti volontà dalle umane spoglie, mai mi sarà dato di saperlo ed è cosa buona e giusta, degna.
Cinque passi verso il luogo del Cranio mentre mi contristavo nelle stimmate neonate. Cinque passi su di una terra devastata e sotto le sponde di un cielo dal moto perpetuo d’improvviso eclissato e ormai rovinato anche in me, Simone di Cirene, colui che attesta di aver visto l’Inviolabile Uomo assiso, prima della esecuzione sua carnale, nella sua stessa gloria. Alla destra del Padre.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Precedenti articoli

Tra i banchetti ultimi della terra

Sfigurato dal contesto umano donde con esatta scienza posso addurre che da lì, ad abiurate nazioni che impongono popolo ai…

Ecco compiersi in divenire il verbo

Affinché vi sia noto. Poiché in quanto alla misura non è più il valore dell’azione né il bisogno che nutre…

Nell’urna spalancata dai cieli dei miei fenomeni

Vivo sepolto nel sorriso degli angeli e, a convissuto etere, la mia provvisorietà si eleva in te, regno che tutto…

Al silenzio coniugato

Fervo. Di quest’ora immota è l’infinità che brilla sul pentagramma dell’uomo al silenzio coniugato.