Al quindicesimo giorno del settimo mese, nell’anno venticinquesimo della duemillesima età, la mano dell’Altissimo, mio Signore e mio Dio, è scesa su di me, quando la notte era ormai soltanto notte e il giorno solamente un giorno, tra poche ore a venire. Il Signore mi ha parlato in questi termini.
Figlio dell’uomo, siccome molte terre sono assediate e i principi di questo mondo non fanno altro che spegnere i lucignoli vacui di speranza rimasti ancora accesi, anche io mi rivolgerò a tutti i casati che governano questo scempio limitando loro i tempi di ingresso e di uscita, di entrata e di permanenza, tra i luminari terrestri delle potenze. È così che, da questo momento, io ne ridurrò il raggio di azione, e io stesso sarò espressione risorta sul volto dimenticato di milioni, di centinaia di milioni di oppressi. Ebbene, figlio dell’uomo, simula per me un assedio sul tuo sentire, sul tuo vedere, sul tuo parlare. Ma sappi che io vigilo su tutto questo. Tu non temere alcun male e fa ciò che io ti chiedo di eseguire. Io vigilo sull’assedio, che è la mia parola. Per compierla. Ecco. Quando tutto sarà pronto, a schierati udito, vista, e voce, per me, tu, parlerai, rivolto ora ad oriente ed ora ad occidente, con queste parole. Le mie.
Anche i tuoi bambini sono stati schiacciati, buttati come la peggiore immondizia verso i pali alti delle strade, ai crocicchi delle piazze riversati, sbattuti come bestie da macello contro la pietra. Tu osservi tutto. Dall’alto dei tuoi palazzi i tuoi funzionari si avvedono di tanto sfacelo e ti riferiscono ogni dettaglio. Poi con le luci prime del giorno loro scompaiono e tu, riprendendo il dettame della feroce diplomazia, addirittura vai vantandoti. E della sorte dei tuoi figli, e della ferita ormai incurabile che, quale ulcera velenosa, anima e corpo ti attanaglia, e dei tuoi vilissimi e sempre più terrificanti agguati. Ma guai. Guai a te, che devasti. Perché stai per essere devastata. Guai a te, che versi il calice delle tue angustie e delle tue scelleratezze sui popoli inermi, perché stai per bere anche tu da un calice, un calice colmo di ira e ti sarà versato prontamente dalla destra dell’Altissimo. Oracolo del Signore. Guai a te che dici: chi può vedermi? Proseguendo, così, nella tua opera abominevole di distruzione e di desolazione totale. Ecco. Oriente e Occidente si stanno alleando nell’affare più bruto e cupo della intera storia, e l’umanità è allo sbando. Consapevole. E non tacciono le armi. Urlano. Sono come tanti sciacalli posti tra le deliranti mani di migliaia, di migliaia di migliaia di aguzzini. Oh, le minacce! Oh, le bocche da serrare! Oh, i cuori da zittire! I governanti e i potenti allibiranno di fronte a tale scena: c’è un re, un re che presto sarà destituito e che ancora provvede al cibo per i suoi avvoltoi. Cadaveri senza nome, nomi senza passato, passati senza numero: o re, che ti sei innalzato quale re dei re, chi ti porgerà domani il panno di stoffa grezza, di purissimo lino, quando, con il pugno elevato, andrai compiangendo il tuo più grande incubo, mentre comprenderai che l’unica vera salvezza, per te, è quella di rimanere vigile, desto, sveglio? Oracolo del Signore. O governanti, o potenti, o re: le genti tremano, i popoli zittiscono, l’umanità raglia. È dunque giunto il momento di intonare il lamento su questo mondo. E mentre voi ballate, mangiate, cantate, e i bambini sono schiacciati, buttati come la peggiore immondizia verso i pali alti delle strade, ai crocicchi delle piazze riversati, sbattuti come bestie da macello contro la pietra, ecco che la vostra delirante ebbrezza sta per mutarsi in lutto e rovina e la vostra festa, la vostra dannatissima festa, è già divenuta l’ultimo atto in un cimitero sconsacrato per vivi. Oracolo del Signore.
(15/07/2025)


