Ezechiele

«Il cinque del quarto mese dell’anno trentesimo, mentre mi trovavo fra i deportati sulle rive del canale Chebàr, i cieli si aprirono ed ebbi visioni divine.» (Ez 1, 1)

Caddi con la faccia a terra.
Non brillavano stelle sul mio capo, i flutti marini mi esclusero quasi dall’esistenza, benché all’apparenza ero privo di vita e non v’erano mari di me attorno. Dacché i miei occhi erano ben coperti dalla polvere, ebbi modo di osservare le potenze quando il fenomenale mi rapì non solo d’anima, fino al cielo estremo di millenni spalancato. Avevo poco prima benedetto la riva, deportato tra i deportati, lungo il canale di Chebàr, quando la mano prese l’altra. Non era la mia. Un uragano spezzò la mia voce che lasciò tempo, spazio e umana condizione alla supremazia della visione. E mangiai, mansueto, pianti, lamenti e guai. Di lì a poco uno spirito preparò la sua dimora dentro di me. Mi sconvolse poiché presentò dinanzi a me la gloria di Colui che è, manifestata con il diradarsi definitivo delle nubi traversate dall’alleanza e una voce amata, nell’arcobaleno, mi prese con sé, nel per sempre.


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