In transubstanzia di me, di qua e di là del prossimo in definizione, abitante di un silenzio abbandonato puranche dalla sua vigilia, non posseggo, io non posseggo il corpo che mi vive – del quale ne testifico l’archetipico suo luogo in ogni escatologico mio attributo di principio e fine – e ad esso non appartiene questa clamorosa doglia incontrovertibile per la cui scissione fenomenica il male prevale su se medesimo, solo, terrifico, in un devastante disordine concreato dalla sua monadologica origine.
(02/04/2026)


