“Un germoglio spunterà dal tronco di Iesse,
un virgulto germoglierà dalle sue radici.”
(Is 11, 1)
“La terra ha dato il suo frutto.
Ci benedica Dio, il nostro Dio,
ci benedica Dio e lo temano
tutti i confini della terra.”
(Sal 67, 7-8)
Non c’è altro da aggiungere. Perché lasciare che il superfluo si riproduca nel folto dei pruni e delle spine? Piuttosto occorre che tutto attorno diventi misero, affinché possano emergere vigne, delle più feconde, dall’antico fremito di ossa non custodite, insepolte. Il silenzio. Quale forma di umanità più sigillante, labbro appena rivelato alla sua radice nel seno coniugato alle trascese quieti dell’origine, contemplanti nei primordi dei primordi la natura incorruttibile di ciò che proviene solo dalla sua sorgente? Se fummo vignaioli, ci accadde per oggi. Siamo stillati. Le celesti vette cantano del nostro atteso ritorno. Non è dato sapere, oggi. Il silenzio. Chi fonde l’idolo e chi confonde la parola. Siamo diventando chi siamo. Un’unica gioia. Anima e anima. Spirito e cuore. Non c’è altro da aggiungere. Un germoglio, un germoglio è spuntato da un tronco, labbro appena rivelato alla sua radice: siamo la sua linfa e la sua sorgente, nel seno coniugato alle trascese quieti dell’origine. Siamo la chiave, la porta, il giardino. E siamo il germoglio, spuntato dal grembo immacolato dell’aurora, sul quale si è posato l’indivisibile bacio della rugiada affinché la terra, sette giorni su sette, desse il suo frutto benedetto. Dio abbia pietà di noi e ci benedica, su di noi faccia splendere il suo volto; perché si conosca sulla terra la tua via, la tua salvezza fra tutte le genti.
(21/12/2025)


