Le nozze di pane

Orsù imbandite i tavoli, ornateli con i fiori più pregiati e chiamate i musici affinché nulla manchi alla mia festa. Andate dai parenti e dagli amici ed invitateli, esortandoli a fare presto. Ma essi sono tornati senza nemmeno un uomo che avevo invitato. Chi doveva continuare il suo lavoro, chi seppellire il suo asino, chi addirittura recarsi ad un altro banchetto. Dunque mi sono dispiaciuto ma non mi sono svestito del mio abito nuziale, non ho lasciato che i miei servi riordinassero i tavoli per poi posarli nel dimenticatoio della mia ira. Così ho fatto convocare storpi, ciechi, lebbrosi, muti, sordi. Ma non è bastato. No. Allora sono sceso stesso io per le strade e vi ho chiamato anche le prostitute e tutti i peccatori che ho incontrato. Tutti hanno vestito l’abito della cerimonia, tutti si sono seduti ai tavoli sorridenti, grati e più educati degli stessi miei servi seduti accanto a me, lo sposo. Che vene pare? Quel giorno ho guarito e perdonato tutti gli invitati presenti al mio banchetto, li ho rivestiti con lo stesso abito che portavo io, quello nuziale, e ho lavato infine io stesso le loro stoviglie, usate per gustare la fine della loro sete e fame. Credete ora che il banchetto che avevo preparato era dunque destinato a coloro che si professano miei parenti, amici, o comunque degni di essere, al mio banchetto di nozze, i primi invitati? Umilierò i primi che saranno ultimi e eleverò gli ultimi che saranno i primi. Quanto alla festa, a quel giorno, a quella ora, beh, io vi dico: essa è venuta, viene e ancora verrà.

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