(Preghiera, sul tono della lamentazione)
Ai nostri occhi. Non ad altri.
Perché colui che sedeva con noi a mensa,
proprio lui si è rivelato, tra i nostri fratelli,
come il traditore più grande.
Il vicino è diventato per noi un oppressore,
nelle nostre case si è insinuato il lutto,
ed improvvisamente tutto ci è ostile.
Le nostre città sono preda degli avvoltoi,
per le vie si aggirano le volpi,
e nessuno sa fino a quando.
Non hanno rispettato
il frutto del seno delle nostre donne,
hanno profanato le nostre figlie,
dei lattanti si sono fatti
una corona di filo spinato
per porla in testa ai sacerdoti e agli anziani,
disonorando dovunque la vita
e corrompendo giudici, prefetti, politici e governanti
pur di far tacere la giustizia, il diritto, la legge,
e tutto ciò che ci rappresenta.
Nelle nostre piazze è cessata ogni festa,
nelle nostre case non si entra più né si esce,
lamentazione e gemito
sono nostro cibo quotidiano,
e i nostri luoghi di culto
sono divenuti zone di terrore
dove, per i più efferati crimini,
l’innocenza dimora in cimiteri di vigliaccheria,
di odio, di violenza.
Di certo vi è che il nostro paese
ha una storia ed un nome.
Ma questa è una storia
che porta il nome di troppi paesi.
Una storia che non allatta più i suoi piccoli
perché diventata più feroce degli struzzi nel deserto.
In verità questo è il tempo
in cui si va ammazzando, senza pietà alcuna,
la stessa verità.
È il tempo degli aguzzini, dei boia,
degli stupratori di anime.
E se gli avvoltoi predano con gli sciacalli,
chi baderà alle volpi che si aggirano per le città?
Neanche i cani, i più affamati,
escono dalle loro tane,
in questo mare di burrascose tenebre.
E nessuno, nessuno sa fino a quando.
Siamo l’eredità che si passa di mano in mano,
la casa in cui va prostituendosi lo straniero.
Su di noi comanda l’empio
e nemmeno lui può liberarci dalle sue mani.
Siamo stati puniti
per un male che non noi abbiamo commesso,
eppure l’idolatria urla, nuda, anche dalle nostre mani.
Ecco. I figli che portammo in braccio al sorriso
li ha sterminati tutti il nemico,
e se mai torneremo a prenderli tra le braccia
sarà per ricoprirli con un’ultima coperta di lacrime.
Allora non si stanchino di piagarsi,
di strizzarsi, di lacerarsi,
fino a versare acqua e sangue,
i nostri occhi.
E non ad altri.
Perché il nostro sangue ricada sul verme
e, di questo, il verme si inebri con la vipera,
la vipera mescoli al suo veleno il nostro pianto
e i nostri nemici,
coloro che hanno desiderato la sconfitta globale
di ogni valore e diritto,
non ne sopportino il dolore e lo strazio.
Non sia così per la maledizione,
che vaga con le volpi, con gli avvoltoi e con gli sciacalli,
nonostante siamo qui, da sempre,
per porgere ai nostri pari, ai nostri simili,
altri occhi,
altre guance.
Malediteci pure, malediteci.
Noi, per amore del nostro Dio,
andremo sempre benedicendo.
Lodiamo il Signore, che mai si è dimenticato di noi,
l’anima nostra lo esalti nel suo santo nome.
Certamente hai edificato le nostre pupille, Dio,
e la tua destra è un trono di vittorie che non muta,
di generazione in generazione.
Per il tuo nome, Signore, per il tuo santo nome,
mostraci ancora la tua misericordia.
Ci siamo persi, come pecore smarrite.
Cercaci, o Signore, perché temiamo i tuoi giudizi
e abbiamo a cuore i tuoi comandamenti.
Indicaci la via del ritorno e a te ritorneremo.
I nostri figli. I tuoi figli. Oh, Dio!
Se soltanto potessimo germogliare a seno
li allatteremmo con inni di lode materna.
Lasciaci fiorire, Signore. Lasciaci fiorire.
Rinnoverai, così, tutti i nostri giorni,
che splenderanno come le ali della colomba.
(11-12/12/2025)


