Introducimi nelle veglie della quiete,
per il giorno del riposo.
Sulla torre delle tue sentinelle
sono come acqua versata dal tuo costato
che scruta i sorgivi sentieri dell’aurora.
Protendo i miei ruscelli
tra quei giardini vissuti solamente dall’estate,
e il tuo sigillo è roveto e bocca per i miei occhi.
Misericordia è il canto
che preme il mio volto sul tuo petto:
cuore, io, del tuo sentire
e voce, una, del tuo volere,
esisto in funzione della pace che, tutta, incarni;
spirito e verità con i quali ti adoro
dal vagito primo della luce,
dalla natività della creazione.
Perché tu mi consisti
nell’armonia degli uguali e degli opposti,
e l’infinito è appena un turno di guardia
dei tuoi occhi nei miei.
E vibrano parole, una con l’altra, nella nuova rugiada.
Parole che si muteranno, nel calice dell’alleanza,
in una spada affilata, a doppio taglio,
prima che questa penetri la vergine terra
la quale, a stabilito tempo, ci donerà il suo germoglio.
Veglieranno su di lei per il giorno della congiunzione,
come i luminari che escono e rientrano,
che entrano e riescono,
sino al quarto turno di guardia,
lì dove l’alba si trasfigurerà nelle altezze
e tutto diverrà costato tuo,
e aurora, e sorgenti, e acqua,
per il canto che preme il mio petto sul tuo volto,
con il cuore della tua voce che misericordia e pace incarna.
A te elevo l’anima mia,
con la sua genealogia dei tuoi anni:
introducimi nelle veglie della quiete,
per il giorno del riposo.
Attenderò, nei sorgivi sentieri dell’aurora,
le tue parole accarezzate tra le mie,
quando quei tuoi giardini, vissuti solo dall’estate,
vedranno i miei passi divenire cielo e terra,
luce e creazione.
E in spirito di spirito
saremo via, verità e vita che si amano,
per l’eternità che di eterno è già sposa.
(13/01/2026)


