Avanzavo, tra i primi, felice tra i felici nella più bella delle corse. Ma tu mi hai voluto rendere ultimo tra gli ultimi, infelice e solo, estraneo perfino al corteo dei citaredi e dei cembali squillanti. Mi è rimasta un’arpa, un’arpa senza corde. Non capivo, confesso che stavo a tuo cospetto come una bestia, e perfino il mio silenzio mi era celato, del tutto nascosto. Che forse tu hai necessità di manifestare il tuo potente braccio contro i tuoi eletti? Eppure non camminavo, io: dinanzi a te continuavo a domandarmi della sorte dell’empio e, ritenendomi giusto, non facevo altro che misurare, giorno dopo giorno, l’alterigia del mio orgoglio. Privo di forze, dimentico del bene, io continuavo a stare al tuo cospetto, sì. Però allo stesso modo delle bestie. Alla prima e alla seconda vigilia della notte, il raglio dell’asino accompagnava il mio lamento. Alla terza vigilia, il seno di una madre che allattava il figlio mi provocava insidia nei ricordi. E mentre l’uomo e la donna, il marito con la propria moglie, cominciavano il loro dolce discorso, la prima delle loro intime conversazioni, io negavo a me stesso il bisogno di essere figlio, di essere uomo, di essere marito e di essere padre. Mi hai reciso dall’ordito. La trama della mia esistenza l’ho dunque paragonata alla sorte delle piante, delle erbe. Come si seccano i prati e falciata è ogni vendemmia, nemmeno dai miei anni luminosi traevo più il tuo insegnamento. Mi hai provato lungamente, in modo severo e santo. Perché se c’è un giusto quello ti appartiene. E oltre te, nessuno può considerarsi giusto o santo. Non mi hai consegnato alle tenebre, sebbene pure lo avrei meritato per la mia tiepida condotta. E oggi, alla vigilia del settimo giorno e del settimo anno, non la bestia ti sta davanti, no. Non il silenzio dei morti vuole renderti lode: difatti né può alzare inni al tuo nome né, come conviene ai vivi, e solo ai viventi, può degnamente onorarti. Io ti celebro, mio Signore e mio Dio, perché mi hai voluto dare alla luce. Sì, tu mi hai strappato da chi avanzava tra i primi, felice tra i felici, in quella che credevo la più bella delle corse: dentro avevano soltanto fame di innocenza, e l’oscura parola che intravedevo sulle loro labbra era semplicemente ‘guerra’. E quella corsa ha portato quasi tutti alla fossa più profonda. Mi hai punito, sì. Perché solo i padri sanno soffrire per i loro figli, al fine ultimo e primo di correggerli. E tu, Padre mio, mi hai restituito al seno di mia madre e mi hai ridonato dignità di figlio, di uomo, di marito e di padre. Io sono l’uomo che attesta la bontà del Dio vivente ad ogni creatura che splende sotto i carri del sole e che giace tra i lenzuoli delle tenebre: abbiatene timore, nutrite in voi quella speranza immarcescibile, quella fede indivisibile, quella carità che tutto scusa e salva. Perché il Signore agisce con tutti utilizzando equamente la sua giustizia e, a chiunque glielo chiederà, non farà mai mancare la sua infinita misericordia. Lodate Dio. Lodate il Signore con cembali squillanti e in compagnia dei citaredi. E cantategli un canto nuovo, con l’arpa a dieci corde a Lui inneggiate, poiché eterno è il suo amore per noi. Eterno è il suo nome tra le nazioni. Eterno è nei nostri baci il suo santo bacio. Amen. Amen.
(18/03/2025)


