Nel quinto mese, il quinto giorno del mese, nel ventiseiesimo anno della duemillesima età, lo Spirito del Signore è sceso su di me. Egli, l’Altissimo, mi ha comandato di scrivere a chi ha piantato la propria scarpa in testa ad altri uomini, credendosi superiore. Il Signore Dio mi ha mostrato poi la chiave posta a sigillo sul suo sacro omero ed ho così ricordato che dove Egli chiude nessuno mai apre, e che dove Egli apre nessuno mai chiude. Mi ha detto l’Antico di giorni: ecco, figlio dell’uomo, io prendo la tua parola. La intingo nel mio sacro omero e col mio sangue scriverai la data di oggi, con le mie seguenti parole:
Oracolo del Signore:
I tuoi occhi sono un dispiegamento di lutti, con esplosioni di flotte. Ti avvicini nottetempo o col giorno in fasce, e tutte le celebrazioni di cui disponi sono come il mio cerimoniale da battaglia, un fervente addio ad ogni tua miserabile condanna. E con il sonno in ribollimento ti lascio risciacquare per ben tre volte le tue labbra, erose dalla bava clandestina. Oh stolto, oh misero, oh ebbro: il potere ti acceca gli occhi e scappa via! E questo avviene perché perfino ciò che chiami potere teme per la reputazione che ha di sé (per sé). Sei così violento da lasciare escrementi rodere l’ambiente che promana ordine, bellezza, armonia, in futura vece di vassallo incontinente, degno erede di un patriarcato da svendere al miglior sofferente. Tu credi. E fai bene. Verrà il momento, ed è giunto, in cui le esplosioni dei tuoi occhi saranno chiamati lutti da molti e saranno vissuti come dispiegamenti di flotte. Tu hai posto la tua scarpa sull’altrui capo, credendo di poter calpestare quel che non deve essere in alcun modo violato: la mente, nel suo pensiero. E, facendolo, ti vanti davanti al mondo di questa e di tante altre tue opere indegne, lasciando intendere, nella blasfemia della menzogna, che i tuoi sono atti di giustizia e che, attraverso di essi, si rende culto a me: Io sono colui che non si compiace del male, e la perversione la ho in abominio. Se facendo del male si rendesse davvero un culto verso di me, sarei certamente diviso in me stesso. Invece Io-Sono. E tu, spregevole tra i millantatori, diventato anti-uomo e dispersore di anime, ti sei elevato a idolo di te stesso. Ed ecco: io testifico che la tua idolatria presto sarà calpestata e rigettata, affinché anche i cani abbiano la parte loro in cambio, e la ricevano in abbondanza. Ti cresceranno peli al posto dei denti, denti al posto della barba, e infine piedi, piedi al posto dei capelli. Quando ricorderai le mie parole comprenderai che sette tempi ti furono concessi. Li hai divorati tra i cinghiali e tra i somari. Con le bestie dei campi sarà la tua sorte, a mangiare il cuore di chi più non c’è. Non l’erba, ma il cuore. Perché anche le pecore hanno un vagito, e tu hai spento pure quello. Anche il gregge più smarrito ha il suo diritto. Il diritto di essere riportato al suo ovile. E tu hai commesso il reato più grande: hai fatto sbranare le pecore magre e le pecore grasse e hai poi comandato di far minare per intero l’ovile. Nessuno, nessuno entrerebbe in quel luogo. Forse! Non sai che ogni tuo avvicinarti nottetempo, col giorno in fasce, sono cerimoniali da condanna per te, e celebrazioni di addio alla tua vomitevole battaglia? Io, non altri che io, ti cito nel giudizio più grande e ti accuso, ti accuso mentre vado scuotendo il capo tra la melma delle rose di autunno e tra i torrenti in fuga sulle spianate di maggio: come una prostituta dai sette seni, tu non resterai in te quando comprenderai che Io sono Colui che era, che è, e che viene; lo stesso che già va pressando, opprimendo, i tuoi capezzoli innumerevoli tra le più immonde baie claustrali dalle artificiali spiagge. Domani, o chiamalo anche oggi, oh frutto, o terrore, o paesi, il sangue che milioni di milioni di persone vedranno scorrere come capelli sulle teste vilipese di esseri innocenti, porterà la tua scarpa per nome, e il tuo volto entrerà negli occhi, negli occhi di chi, con espulsione di lutti, forgerà un cerimoniale per te. In casa tua. Notte tempo, col giorno ancora in fasce, insomma domani, o chiamalo pure oggi, oh frutto, tuo terrore, nel paese dei bei paesi, getterai un fiammifero spento tra le labbra di chi per te è feconda vite nella intimità del tuo casato e ivi troverai degna dimora. Con il fuoco insaziabile che ti comprimerà mascelle, membro e ovaie, tra cavie per cinghiali spazientiti dai soliti sei, sette, pigrissimi somari.
Chi deve intendere, intenda. E chi intenderà solo alla fine, per me varrà come quegli ultimi che diverranno primi.
Oracolo di Dio, mio Signore.
Nel quinto mese, il quinto giorno del mese, nel ventiseiesimo anno della duemillesima età, lo Spirito del Signore è sceso su di me. Egli, l’Antico di giorni, mi ha comandato di scrivere le mie parole nella sua. Esse sono fissate nel suo libro, impresse con stilo di ferro e con piombo, incise sulla roccia, su quella roccia viva che di preziosa rugiada profuma e trabocca, per irrorare il suo frutto dalla sua sacra montagna. Là il Signore manda la sua benedizione e dona la vita per sempre.
(05/05/2026)


