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Eppure il sabato non è passato

Posted on 24 Settembre 20241 Ottobre 2024 By Voce di uno Nessun commento su Eppure il sabato non è passato
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Il giorno ventiquattro del nono mese, nell’anno ventesimo quarto della duemillesima età, all’ora terza pomeridiana, quella nella quale si ricorda la passione dolorosa del nostro Signore Gesù Cristo, la Misericordia di Dio Padre è scesa su di me, ultimo tra i suoi figli e primo tra i peccatori, attraverso la sua Parola, affinché sia rivelato al mondo e al resto tra i popoli che si è scelto, sua eredità, le prime sue volontà delle realtà ultime. Beati coloro che con timore di Dio si prodigheranno ancora di più per la concordia dei popoli e la pace cosmica e globale.
Egli, dei santi il Santo, sia ovunque e sempre benedetto, mi ha parlato, dunque, in questi termini:

Figlio dell’uomo, chi sei tu per giudicare o condannare la polvere, tu che polvere di silenzio sei diventato oggi per me? Ecco. Io quando ti dirò di sradicare tu mi obbedirai e quando altresì ti comanderò di piantare, similmente tu lo farai. Potresti dirmi: può la polvere di silenzio sradicare e piantare? Figlio dell’uomo, sappi e comprendi bene. Io con strumenti umani parlo e mi sono costruito un cuore prima che esso fosse chiamato per nome. Pianterai con le tue lacrime, che io ho reso amare, più del fiele, nel deserto il fiore mio amato e sradicherai con la mia parola, spada e martello dal doppio taglio e dalla doppia testa, i rovi e ogni scoglio dai vigneti e dai mari.
Parla, in quest’ora, a questa generazione ostile e ribelle, e non mettere alla tua bocca alcuna mano poiché la tua bocca, in quest’ora, è la Vivente. Per questo ti rivolgerai ad essa, a questa generazione ostile e ribelle, dicendole: così parla il Signore Dio all’uomo, sua nazione!

Hai lavato la tua lingua
col sangue degli innocenti e degli indifesi.
Non ancora sazia della tua crudeltà
con inclinazione perversa, o astuta,
hai condotto al macello anche i tuoi agnelli,
assieme ai tuoi cani.
Il lamento della vedova,
il pianto dell’orfano,
la disperazione delle madri
a cui sono stati negati vita e amore in grembo,
si sono mescolati
alle sguaiate risa dei codardi
e al canto spaventato dei dannati.
Come si è consunta
tra i tuoi cieli scarlatti
la fioritura postuma della rugiada.
Hai tanto desiderato questo momento
da concederti anche ai peggiori tuoi nemici
ed hai spezzato il pane azzimo,
tra le tue lerce lenzuola,
con branchi e branchi di maiali.
Eppure il sabato non è passato!
Chi si vanta della tua condotta è un mercenario,
un ladro,
o un uomo che ha dimenticato di essere uomo
e le cui gambe tremano,
le cui braccia cadono,
totalmente sottomesso alla tua follia da mercato.
Macellaia, infatti, è il tuo vero nome.
E il tuo lavoro è utilizzare la bocca,
quella perfino dei morti,
per dimostrare a chiunque
quanto sai essere volgare, o assassina,
tanto da meritarti l’appellativo
di untrice maledetta,
perché insinui la lebbra,
nella quale da sempre combatti,
anche nei denti di chi ti sorride,
di chi ti sta accanto.
Vendi a carissimo prezzo i tuoi migliori prodotti:
guerra, morte, territori.
E con quali interessi, e a che tassi, o usuraia.
Un affare così diabolico
da rovesciare le sorti di paesi su paesi,
paesi di paesi,
e che non lascia indifferenti,
tuttavia,
paesi su paesi, paesi di paesi,
pronti a venire al compromesso con te,
di sporcarsi le mani, la lingua,
col tuo identico fare,
pur di spezzare quel pane azzimo
e farlo proprio. Buffoni.
Buffoni e tiranni.
Eppure il sabato, il sabato non è passato!
Io ti ho chiamata in giudizio
ma tu non hai udito.
Allora ti ho cucito orecchi nuovi
tra le tue tempie, mentre andavo allargandole:
ancora ti sei ribellata
e hai condannato, lucidamente,
migliaia e migliaia di vite umane
ad una morte bruta
utilizzando le mie parole,
fino a parlare – così – nel mio santo Nome.
O vana.
Sei divenuta ai miei occhi una lingua bastarda.
Prodotto scaduto
tra i banchi ammuffiti
di un mercato comandato a distanza.
Guai a quelle lingue
che si sono incestate con la tua.
Guai a quelle mani
che si sono sporcate
come si sono sporcate le tue.
Guai a tutti quei branchi e branchi di maiali
che hanno spezzato, per poi mangiarlo,
pane azzimo con te.
Con i tuoi lenzuoli lerci
catturerò le stelle
sotto il cielo scarlatto
che ha premuto il seno postumo
alla mia rugiada
per poi stenderlo tra terra e aria
nei tuoi possedimenti,
ove ti senti sicura, o impudica, o traditrice,
e sarà laccio e rete in casa tua,
per te e i per i tuoi nemici – i tuoi fratelli e i tuoi maiali –
i cani.
Il giorno in cui cadrai
tra i tuoi strumenti da lavoro
è prossimo:
io stesso condurrò i tuoi nemici, i tuoi fratelli,
presso il campo degli avvoltoi ove, carogna,
cadrai nella fossa
che hai preparato perfino per queste mie parole,
o vigliacca.
Sta per piombare su di te e su di essi
né la mia punizione tantomeno la mia vendetta.
Io, semplicemente, cancellerò il tuo nome dal libro della vita,
o dispersa tra le disperse,
assieme a quello dei tuoi fratelli e nemici,
non prima di aver lavato la mia lingua
tra le ossa dei vigneti e dei mari,
lì dove anche i cani stanno già ricevendo la loro parte,
la loro parte identica e diseguale.

(24/09/2024)

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