È il venticinquesimo anno della duemillesima età. Il settimo mese. Il ventotto del mese. Da poco alzato dal tavolo della parola, della Parola di Dio, e dopo essermi cibato alla Mensa del suo amore, mi sento afferrato da uno spirito, opera del suo Spirito, con la mano del Signore che è scesa su di me.
Il giorno. Ecco, il suo ingresso. Alle sue porte vedo ombre calpestate dalle zampe dei leoni, divise in due perimetri dalla forma umana. Il primo indossa una bufera con veste di oro smerciato in cambio di cibo avariato. Il secondo è adornato da scintille che sobbalzano, che scoppiettano come stoppia che brilla tra le acque verniciate dai vessilli di due nebule da frontiera. Le ombre, d’un tratto, diventano fuochi endemici dalle fiamme corrosive e le zampe dei leoni, che prima ricoprivano quelle zone di colluttante tenebrosità, adesso fuggono, azzoppate e sfigurate dalla furia devastante delle atmosfere che bruciano. E in argilla si trasforma l’oro e in carne brucia ogni scintilla, nei due perimetri transitori ormai fuggiaschi. Restano cibo avariato e vessilli. Presto le ombre prederanno il cibo e lasceranno i vessilli alle acque, alle acque che brillano. Il giorno. Ecco, il suo ingresso. Si dissolvono le ombre, le zone corrose dalla endemica tenebra riprendono sostanza, una carnea sostanza, e forma, una umana forma. Oltre le sue porte vedo un astro accecante, numerose volte più luminoso del sole, dalla voce assordante, come il frastuono della folgore, sospeso tra le coste frastagliate delle nebule e il fragore dei cieli rovesciati come l’intrappolante mugghio delle cascate e, attorno ad esso, scendono e salgono creature, creature divise in due perimetri: una dalla forma umana e l’altra, l’altra dalla forma celeste. Mentre osservo questa scena due creature di quattro, dalla duplice sembianza, carnea e celeste, mi portano cibo, un cibo da non gustare, e a spalancata bocca io continuo a scrivere, continuo a scrivere ancora quando, d’improvviso, avverto che i miei occhi, il mio cuore, il mio pensiero, sono tutti avvolti nel candido e bollente lenzuolo etereo di una luce, una luce accecante innumerevoli volte più del sole. Così, avendo al posto delle mani le zampe di due leoni, corro lì, dove una bufera di ombre, di ombre endemiche, disumanizza polvere e cenere rendendo l’uomo, questo essere fatto di terra, un alimento avariato e un affare da sbranare.
È il venticinquesimo anno della duemillesima età. Il settimo mese. Il ventotto del mese. Da poco alzato dal tavolo della parola, della Parola di Dio, e dopo essermi cibato alla Mensa del suo amore, mi sento afferrato da uno spirito, opera del suo Spirito. Tra la suprema Gloria e il devastante orrore, una voce, la voce di Dio, mio Signore, nel parlare tacendo, bocca a bocca mi parla, con la sua mano, la sua Destra che è scesa su di me.
Il giorno. Ecco, il suo ingresso. L’ombra del vuoto che violenta la terra sarà presto dissipata dalla presenza del Tutto, da Colui che, prima di arrotolare i cieli come un libro, per un’ultima volta getterà il suo disprezzo sui potenti.
(28/07/2025)


