Sul giorno e sulla notte (Ascensione)

«Mentre li benediceva, si staccò da loro e fu portato verso il cielo.»
(Lc 24, 51)

Chi potrebbe mai contestare la supremazia del giorno, abitato dalla luce nella luce. Creato per la luce, affinché desse linfa e vita non solo a creature, il giorno è l’essenza della umana primavera, la folgorazione dei misteri che sovrastano la nostra miseria, in quanto uomini, in quanto deboli, dunque amati proprio per tutto questo.

Eppure la notte. La notte è la mistica corona dei poveri, dei soli, dei sopraffatti, degli sconsolati, dei traditi e ancora. La notte abitata dalle tenebre nelle tenebre. Creata per le tenebre affinché della supremazia del giorno non se ne potesse vantare, lei dalla mistica corona nella quale io mi perdo vasto e divengo tuo in te, all’albore primordiale.

È l’angelico che comunica nello spirituale, nello scontro verbale. Quale assioma potremmo tradurre in poche parole, con un chiaro significato se non che la carne sale, chiamata per abitare quello scontro che d’ora in poi diviene incontro, anima che sposa l’anima prima di coniugarsi come sposo, o sospensione umana e olio di lampada, oh! Vergine saggia.

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