“Una voce dice: «Grida»,
e io rispondo: «Che cosa dovrò gridare?».
Ogni uomo è come l’erba
e tutta la sua grazia è come un fiore del campo.
Secca l’erba, il fiore appassisce
quando soffia su di essi il vento del Signore.
Veramente il popolo è come l’erba.
Secca l’erba, appassisce il fiore,
ma la parola del nostro Dio dura per sempre.”
(Is 40, 6-8)
Perché consolarci con le voci dell’altro, invocando sull’uno la pace, uno che a differenza di noi siede al tavolo della superbia e ostenta – coi molti – dovunque vittoria, di quelle vittorie che invertono lo stato puro delle cose, dei tempi, degli uomini? Una storia, questa, di tutte le storie, cucita con il sudore del fuoco nelle trame del raccapriccio e del terrore. E così pretendiamo la pace sull’altro, invocandoci con la voce di uno dal quale l’efflusso di sangue già fu per tutti, nel nome del nostro nome che abbiamo sputato anche oggi, disgustati perfino da quel sangue che ancora sgorga, ancora sgorga per noi, mentre seccano i nostri giorni come erba e avvizziamo increduli più dei fiori del campo. Eppure, come dal favo gocciola il miele e l’amore ci nutre dalla roccia, così il Signore, per la sua misericordia e per l’eternità della sua parola, si mostrerà per noi come Egli è: padre di ogni consolazione e supremo principe della pace.
(09/12/2025)


