Salomone

Disparve nelle stimmate di ogni sua parola, fuoriuscita con rigore e intelletto, la sua misura umana, quasi a voler e dover raggiungere uno stato di grazia preparato dall’alleanza col padre dal Divino. Perpetrò con letizia e verità l’opera che gli era stata affidata fin dal seno materno, senno e grazia non gli mancarono. Ebbe a giovare generazioni di generazioni con i suoi detti, i suoi canti, le sue massime, tutto frutto di una sola nozione: la benedizione del Signore. Costruì il primo Tempio del Signore in Gerusalemme, opera di grande rigore stilistico e architettonico e il suo regno fu vasto, quasi sconfinato. Ma anche lui, nella sua maturità vagante, tuttavia, dispiacque al Santo, sia egli benedetto, il quale gli predisse per mano di suo figlio la disfatta del suo regno, la sua fine. Un segno ha lasciato l’uomo, nella sua sapienza. Ed un reato, nella sua altera passione. Contraddizione che nulla toglie a colui che fu beneamato dal Signore e condotto con amore ad una bocca di scriba veloce, dal poema infallibile. Il Cristo lo ricordò come segno, per l’appunto, per la sua generazione perpetua e sotto al portico a lui intitolato, nel Tempio, scacciò i mercanti, i cambiavalute e i venditori di colombe, con zelo divoratore, onorando il Padre in Sé incarnato nella Sapienza.

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