San Tommaso Apostolo

(Mio Signore e mio Dio – Gv 20, 28)

Mi fecero violenza.
Lapidato nella potenza della mia incredulità, si fece non solo notte attorno a me. Eppure, come tanti, ero fuggito dinanzi alla esaltazione della morte del Maestro. Quei tanti, adesso, che in me vedevano l’immoralità del non credente e al tempo del fedele. Già, perché la fede m’era rimasta dentro come un coltello conficcato con precisione nel fianco.
In fondo cosa avevo richiesto ai miei compagni estasiati da ciò che a me pareva fuori dalla norma, da ogni possibile realtà visibile, se non un segno tangibile che facesse da arbitro tra noi? Ci divideva non la fede, credo, ma la veemenza della constatazione, dell’indicibile che si fa carne e spirito in mezzo a noi, ovvero a loro poiché, assente nell’ora dell’assenza, misericordia prefissata dapprincipio, io non vidi. E per tale motivo non credetti. Anzi, pretesi molto di più. Per farmi pari ai miei fratelli nella gioia chiesi di mettere le mani nelle piaghe di Colui che avevano crocifisso per noi, e nel costato dal quale scaturì l’acqua e il sangue quale viva fonte della Divina Misericordia. E di vedere i segni, i segni di quei chiodi.
Ed Egli apparve qualche giorno dopo in mezzo a noi, donandoci quella pace che il mondo non potrebbe mai trasmettere ad essere umano. Poco dopo si diradarono i miei dubbi, la mia fede divenne incrollabile e amaramente piansi, nel silenzio della mia più alta professione di fede.
Mi professarono violenza. Beati coloro ai quali sarà usata in misura maggiore la stessa per opera dello Spirito Santo in noi.

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