Nell’ottavo mese, la trentunesima notte del mese, nel ventiseiesimo anno della duemillesima età, è scesa su di me la mano del Signore. Mi ha detto l’Altissimo:
figlio dell’uomo, cosa vai osservando nel buio profondo? Ho risposto: mio Dio, mio Signore, uomini che scavano e riscavano eserciti di fosse, nelle veglie incastonate sul respiro della notte, ove dormono ossa spente, nel buio profondo.
Mi ha detto ancora il Signore: credi che quelle ossa possano dare voce alla voce e dare alle ombre la vita? Io gli ho risposto: Signore mio, Dio mio, tu conosci tutto: tu solo lo sai. Mi ha detto l’Altissimo: pasci l’Agnello.
Ecco. Figlio dell’uomo, siccome vi sono uomini che danno morte alla vita e preferiscono alla luce l’ombra, io mostrerò a questi uomini che la mia casa è una casa di preghiera e di gioia, e non una caverna per ladri e assassini. La mia casa è tempio vivo della mia presenza. La mia casa dimora in ogni essere innocente, puro, giusto e innamorato della vita e della pace. Io farò nascere e rinascere dalla mia casa la mia casa, così come darò vita a quelle ossa spente che dormono sul respiro della notte. Spalancando il tabernacolo degli eletti, confonderò i malvagi e tutti i disonesti con la sesta sinfonia del cielo, la quale introdurrà il mio canto, primevo e definitivo.
Adesso, figlio dell’uomo, non temere gli uomini dal buio profondo.
Tu, restando stretto al mio seno dai due volti, parla così:
Prede acerbe della meraviglia, voi guardate a qualche manciata di prostituti e mentecatti passi, oltre la siepe marcia dell’altrui occhio che vi sta daccanto. Irremovibili, dimorate nell’asfissia del dramma, che non ancora si compiace del clamore proveniente dalla frenesia dei corpi, baciati dalle zavorre taroccate e lanciate inutilmente nelle fessure delle rocce, tra i dormienti vulcani delle ipnotiche lande, dai soliti idrovolanti dal grandangolo modificato con l’idea lesionata di rimodulare in multicolore il silenzio atomico, a qualche folle chilometro milionario dal pianeta terra. Non perché avete riscosso dai vostri sguardi le anticipazioni del furente abbaglio, nell’andirivieni del giorno che vi precede, delle tenebre che vi compenetrano digià midolla e giunture, carne e cartilagini: in verità, le ossa sulle quali andrete piangendo, in questo sonno dalle membra vigilanti dalla voce anabolica, hanno nomi e cognomi ben conficcati fin nelle date anteposte a quel vetusto buongiorno che, nel paese delle chiacchiere sempre armate, più non possiede alcuna zanna. Ebbene, tali ossa sono sopravvestite di quella catatonica veglia in polifoniche separazioni dai sotto toni aspri e dai profanati accordi. Ma ciò che voi andate cercando, con inquieti e perversi parolai nascosti tra le torbide fronde delle stagionate libagioni delittuose, lo vedrete presto, in una eclissi di superbia e di vanità delle partorienti ombre: come l’astro del mattino che si leva alto, al primo albore, per decadere poi al tramonto, nel buio senza colore e profondo, profondo.
Ma l’Onnipotente ha un giorno di pace, un giorno di lotta e di pace, nella notte posseduta dai fumi avvelenati del sintetico tramonto. Voi lo vedrete, sì, voi stupiti assaporerete e muteranno i vostri giorni a venire in bui profondi, profondi.
Perché così dice il Signore Dio, che ha creato luce e tenebre:
Ecco. La fune è pronta. Scintillante e fragilissima, appare e scompare, come un vessillo abulico, dalla bocca trasparente. In essa il globo che già vi disottiene canta, con la smorta lingua, del vostro fallimentare incedere depravante, a intorpiditi cuori dalle terrorizzate ombre, coperte da lenzuola sempre più brevi, con la stessa vostra voce, gobba. E non è forse questa l’anticipazione del vostro sguardo, la frenesia furente dell’addimorante abbaglio, nell’asfissia mnemonica del dramma? Prede acerbe della meraviglia, voi guardate a qualche folle chilometro milionario dal pianeta terra, dopo aver lanciato al cielo il vostro urlo imbevuto di guerra. In verità, le ossa sulle quali andrete piangendo voi le vedrete presto rinvigorire, sorgere dai vostri sogni lussureggianti, tra cenere acida e chiacchiere sempre armate: metteranno dapprima nervi, poi carne, e ancora pelle. Infine saranno soffiati dallo spirito e rivivranno, fuori, ben al di là dei vostri angusti sogni. Avranno nomi e cognomi, cognomi e nomi che avete conficcato nel buongiorno vetusto dei vostri parolai dispersi, lì ove il paese dei tiranni si ribellerà contro i tiranni del paese. E si darà a quel luogo un nome nuovo, un nome che prenderà dal vecchio per creare il nuovo. Fiammeggerà come la spada levigata per scintillare; rumoreggerà come il martello creato per martellare; parlerà con quella luce che dà vita ai silenzi più remoti e fecondi. La valle del giudizio. Questo, sarà il nome che i vostri occhi, a morsi di rimorsi, muoveranno con i denti della paura prima che, oltre la siepe marcia dell’altrui corpo taroccato che vi sta daccanto, all’intorno, lo stupente stupore definitivamente vi desti, nell’emorragico aborto di un eutanasico tramonto, a tracannati abbagli.
Oracolo del Signore Dio.
Nell’ottavo mese, il trentunesimo giorno del mese, nel ventiseiesimo anno della duemillesima età, la mano del Signore è scesa su di me. Mi ha detto l’Altissimo:
Vi sono uomini che cercano da sempre di abbattere la quercia quando il suo vigore è quanto mai maturo. Allo stesso modo ve ne sono altri che guardano alla gola dell’agnello soltanto perché credono che è tempo di bere il suo sangue.
Oracolo del Signore Dio.
Ebbene, figlio dell’uomo. A tutti costoro tu andrai cantando le parole che ti metto sulle labbra. E oggi le tue parole sono il tabernacolo eletto del mio canto, e il tempio vivo del mio amore.
Tu dirai così:
È tempo.
Gli intimoriti non parlano,
non alzano lo sguardo,
contro muro
nessuno padroneggia,
la distanza si separa
e a volto diviso
i divorati dal vero
sono tra noi.
È l’ora.
Lo strumento assume la sua forma
quando la misericordia è assisa
come canto di battaglia.
Il tuo sorriso io cerco,
quell’arcobaleno nel petto
che dona ossigeno al sangue
e gloria al Signore
mentre l’Agnello va,
eretto e sapiente,
dal carro anticipato
e con alla destra dodici corone,
solo,
contro la bestia che non deve perire
per l’espletazione dei definitivi convenevoli
ad annunciato giorno.
Oracolo del Signore Dio.
(31/08/2026)


