La pace,
questa impronunciabile memoria
di un tempo non misurato e presente,
vuole fecondarsi nell’essere,
ovvero sostanziarsi di noi,
noi che, nel tempio vivo
delle nostre inaugurate sorgenti,
una degna dimora,
per le sue compenetranti realtà,
le abbiamo già preparato.
Dimora preceduta da quella voce
che la vide e che la ritrasse,
nel connubio delle volontà immutevoli,
tra le fattispecie della disarmonia e del caos,
per liberarci da cellule a particole,
da pulsazioni ad ascensioni,
e da conglomerate giunture cromosomiche
allo pneuma del pathos.
Accadimenti avvenuti affinché,
divenendo materia e riflesso del medesimo effluvio,
potessimo attingere, purissimi, la pace,
questa impronunciabile memoria
di un tempo non misurato e presente,
tra i comunicanti moti della luce,
di quella luce che tutto sovrasta,
come principio dell’eternità a cui noi tendiamo,
compiendo l’ineffabile identificati d’assoluto,
nei primordi nativi della trasfigurata trascendenza,
come infinite aurore spirituali
nella sua precorritrice anima.
(26/05/2025)


