Nel settimo giorno del mese, l’undecimo mese, nell’anno venticinquesimo della duemillesima età, la mano del Signore è scesa su di me. Egli mi ha parlato, l’Altissimo. In questi termini:
Figlio dell’uomo, perché langue la sfiorita di doglie e si compiace, invece, quella ricoperta di menzogne?
Ecco. Io ti mando alla sinagoga del serpente. Nel suo veleno covano già le vipere sorelle, affinché il dragone quanto prima possa emergere.
Tu, figlio dell’uomo, visita la sua valle, cosiddetta gaudente. Prezzane il pascolo voluttuoso con il sigillo della giustizia e, poi, pesane il suo affare più transumante con la stadera della coerenza. Non tralasciare nulla. Dal ghigno adescante del falso pastore sino al fischio trebbiato dei mercenari ribelli, nulla ti resti sconosciuto tra i militanti latrati dei cani, tantomeno l’incustodito belato degli armenti. Infine, di questa sinagoga misurane con esattezza la costruzione a spirale, che suole levarsi sin verso il sole. Lo farai con la sapienza dello scriba, stringendo nella mano la cordicella dell’aratore, mentre io spirerò nel tuo respiro, per la creazione ultimata, una sorgente nuova.
Dirai così:
Ancora un poco
e la mia parola penderà tra le tue labbra
come l’asta del violoncello.
Essa muterà i tempi
penetrando lo spazio da destra a sinistra,
a inesistente centro.
Come la spada,
ideata per scintillare pima di trafiggere,
così ho reso i tuoi sentimenti.
Ma non vedrai il frutto di tanta esecrazione,
giammai lascerò che tu lo venda.
Io ti cresco un feto
circondato da tre grate d’amianto,
e lo spidocchio
come si spidocchia il pastore,
d’estate come d’inverno.
Io gli ho già cavato l’occhio,
quell’occhio insano che un mondo ignaro,
derealizzato, attende.
Hai coltivato terrore, ovunque.
Partorirai un orrido lamento.
In quel giorno
si parlerà della crollata torre
e ti si accuserà con una sola lingua,
decollata tra labbra e collo.
Come l’asta del violoncello.
Oracolo del Signore.
Figlio dell’uomo, quando andrai per visitare quella pingue valle, non ti vedranno stare con la cenere sul capo, o camminare con lacerate vesti. Piuttosto ti considereranno come un torturato ai fianchi che trascina con i suoi piedi la melma. Si chiederanno delle tue lacrime rasate. Le piangerai a destra e a sinistra, a inesistente centro, dovunque si diriga la mia spada. Io stesso passerò il mio rasoio sul tuo viso. Dopo averti colpito bocca a bocca, ti caricherò sulle mie spalle, come il pastore buono fa con le sue pecorelle. In quel tempo le nazioni glorificheranno il mio nome, poiché è per mezzo di esse che io compirò questa parola.
Figlio dell’uomo, chi spezzerà la verga sfiorita nella sinagoga dell’innalzato serpente?
Ecco. Tu parlerai così:
Ancora un poco e,
penetrando lo spazio,
la mia parola muterà i tempi,
pendendo tra le tue labbra
come l’asta del violoncello,
come la cordicella dell’aratore,
o ideatore della tua stessa esecrazione,
o abitatore di anime trafitte nel sentimento.
Tutto hai perduto, o Maligno,
perfino ciò che credevi di possedere:
le chiavi degli inferi.
Ti lascerò trafitto tra i trafitti,
dimenticato perfino dalla spada,
ideata per scintillare pima di trafiggere,
quando renderò il tuo edificio
un mucchio di concime per macerie.
Oracolo di Dio, mio Signore.
(07/11/2025)


