Nel quinto mese, il ventisettesimo giorno del mese, nel ventiseiesimo anno della duemillesima età, lo Spirito del Signore è sceso su di me.
L’Onnipotente mi ha detto: figlio dell’uomo, rivolgi la tua parola ai cosiddetti signori, ai signori che stanno devastando la terra in lungo e in largo, nell’ignominia abominevole delle loro guerre.
Ebbene, aprirai la tua bocca con una parabola vecchia e nuova, anch’essa figlia della mia storia. E affinché possano comprenderla. Chiuderanno i loro occhi e si tureranno gli orecchi. Ed io così non li giustificherò.
Dunque, parlerai loro in questi termini:
Fino al collasso del mutismo. È così che dovremmo accogliere il frutto dei tuoi numerosissimi fallimenti: con tremolanti mani e con atroci spasmi vertebrali, come prosecuzione delle nostre imbastardite azioni, le più indegne. Ma in fondo non ce ne dogliamo, no, anzi siamo coloro che, vedendoti avvizzire nel tuo male odierno, lo protraiamo, oltre il tuo volere, il tuo sapere, il tuo stesso confine. Siamo le figlie del malaffare, le sorelle in perenne calore, quelle che, come tante puledre vogliose, amoreggiano ad ogni angolo di strada, di piazza, di paese e ad ogni marciapiede, e che pagano loro il dazio pur di sottomettersi allo stallone più dotato tra i tanti, e al suo ingenuo galoppatore di turno, sopravvissuto alle tue seduzioni da novilunio. Lo ammettiamo, sì. Ammettiamo che la tua perversione per noi si è mutata nella più perfida delle depravazioni. Oh, se i nostri padri fossero vivi! Ci lapiderebbero a disserrati occhi, maledicendoci con il loro sguardo insepolto. Ma noi ci facciamo beffe perfino delle mancate madri che siamo. E i nostri figli, opera delle nostre irrefrenabili prostituzioni, li andiamo sfracellando sulla roccia, affinché siano pasto degli iraci e degli avvoltoi, sacrificio gradito per tutti quegli idoli che ci siamo fabbricate da sole. Chi può giudicare la nostra condotta? In fondo noi siamo le figlie del malaffare, le sorelle in perenne calore! E per tale motivo siamo divenute regine, sovrane di quel paese che in tanti s’illudono di poter dividere con noi: il paese dell’odio e della vendetta, ove ogni casa è un cimitero e la guerra, la guerra, è la velenosa perla che nessuno ci potrà mai rubare dal petto.
Ebbene così parla il Signore, il Santo, l’Onnipotente:
Oracolo:
Ecco. Questo avete pensato.
E lo andate pure compiendo.
Avete dimenticato il vostro nome,
il giorno che ha dato luce ai vostri occhi,
e che veniste a questo mondo
per un atto di amore
sigillato da un patto di misericordia e di fedeltà.
Ma il più grande male che avete commesso,
o figlie di una identica maliarda,
lo avete recato a voi stesse:
adultere,
nel dimenticare me
non avete temuto chi vi diede luce,
chi vi volle nel suo atto di amore.
Eppure vi strappai dalle fauci della foresta.
Avevate ancora il corpo
sporco di sangue e di fango
che vi lavai perfino il capo,
per ungervi poi con l’olio più prezioso.
E non tralasciai gli aromi,
quelli più delicati per la vostra pelle.
Voi, che eravate state disprezzate,
abbandonate come bestie da macello,
sul fare della sera.
Eravate davvero sul fiore della infanzia,
nei giardini puerperi della innocenza.
Un giorno vi accadde di vedere
vostra sorella maggiore andarsene oltre i campi.
Non ve ne compiaceste affatto
dei suoi primi, nuovi crimini.
Anzi.
Ma questo avvenne
soltanto perché eravate invidiose, gelose.
Quando, poi, rovinò, per il nome della giustizia,
voi non provaste dolore per essa, no.
Anzi.
Questo avvenne
soltanto perché vedeste giungere
il vostro giorno come un ladro.
E non lo malediceste.
Ma esso fu per voi un trabocchetto:
si abbatté su tutte voi
come un laccio infallibile
gettato nella notte.
E non avrete scampo
da questa buia notte.
Avete fatto crescere,
tutto attorno a voi,
putredine di stoltezza
la quale ha figliato sette volte,
dando ombre, ombre alla terra,
e queste hanno approvato la vostra scienza,
la dottrina del malaffare.
Io lascerò ancora
che vi prostituiate
ad ogni angolo di strada, di piazza,
di paese,
e ad ogni marciapiede.
Punirò dapprima
quelli che scenderanno a patti con voi.
Poi coloro che si uniranno a voi
per mezzo dei vili compromessi.
Infine punirò coloro che,
pur sapendo di poter contrastare
le vostre violenze,
hanno chiuso occhi e cuore,
lasciandovi così continuare
ad agire da perfide.
Voi ricorderete, tutt’a un tratto,
tutte assieme, che mi arrecaste
la più grande delle offese:
sarà tardi.
I vostri figli,
pagati a dazi
e sfracellati sulla roccia,
saranno loro a giudicarvi.
In quel giorno
i vostri idoli non potranno salvarvi,
poiché sono una vostra ideazione e,
come tale,
io la annienterò
prima che nasca il sole
che va avvizzendo l’erba dei campi,
quegli stessi campi
dai quali vi sottrassi donandovi amore,
voi da me cresciute come fiori
e svezzate come innocenza in fasce.
Ma il vostro peccato
oggi è scritto
con stilo di bronzo e china di sangue.
Avete fatto del mondo un cimitero
dove si canta, si mangia, si beve e si balla:
ognuno sulla tomba dell’altro.
Si è acceso un candelabro
che farà luce alle ombre,
quelle che voi avete concepito,
e le ombre si leveranno dalla terra
perché le chiamerò, io stesso,
una ad una per nome,
con il medesimo nome
che si addice a ogni guerra.
In quella notte non si canterà,
non si mangerà,
non si berrà e non si ballerà.
Sulla tomba di questo mondo
io scriverò il vostro nome,
o figlie di una identica maliarda,
e libererò la terra da ogni infamia,
da ogni guerra.
Spalancherò il sepolcro della speranza
che avete massacrato, disperso,
e anche le bestie conosceranno la mia salvezza,
anche le più disprezzate,
le abbandonate,
sul fare della sera.
In verità
voi avete acceso un candelabro,
il candelabro dalle sette fiamme,
ed ora il suo fuoco arde
anzitutto sul vostro velenoso petto.
Come arde nel calice della giustizia
che vi comprimerà le labbra
per farvi trangugiare tutta la mia ira,
fino al rantolo della stessa ebbrezza,
una dopo l’altro, una dopo l’altro,
affinché il verme
che lascia brillare la sua miccia
divori voi,
o progenie della superbia,
dal corpo,
che io vi lavai
nella vostra primissima giovinezza,
fino al capo,
che non troverà mai più pace,
né requie, né riposo.
Solamente dannazione.
Dannazione e tormento.
Ecco. Ho parlato.
E la mia parola è la vostra condanna.
E tra le tante cose
che ho ancora da dirvi,
so chi può portarne il peso.
Così come conosco chi vuole portarlo.
Ma guai,
guai a tutti quelli
che vanno costruendo
l’impero della guerra nel mio nome.
Per costoro sarebbe stato meglio
essere un aborto collettivo
che aver conosciuto la luce.
In verità,
essi sono il giogo avulso delle ombre.
Ebbene: finiranno schiacciati dalla parola.
La stessa parola
che io farò uscire dalla loro bocca
masticata dalla mia,
per mezzo dei miei servi nei quali,
da sempre,
d’eterno mi santifico.
Oracolo di Dio.
Nel quinto mese, il ventottesimo giorno del mese, nel ventiseiesimo anno della duemillesima età, lo Spirito del Signore è sceso su di me.
L’Onnipotente mi ha parlato in questi termini: se tutti costoro non vogliono ascoltare una tortora nel tempo del suo canto, dove sapranno mai nascondersi quando si troveranno dinanzi al leone dal ruggito immortale che vorrà, per interi, divorarli?
Una voce dice:
Sentinella, quanto rimane del giorno e della notte?
Ed io rispondo, figlio della sua storia: il tempo della mietitura è ormai prossimo, il giorno si dissolve e la notte non resiste. Se volete, proseguite. Altrimenti, fermatevi.
Intanto, con tutti i miei fratelli, come grano sono seminato tra le sorgenti d’acqua viva di quei campi insormontabili, che donano luminosissime certezze alle incrollabili speranze.
E questa è la testimonianza.
Viene la luce vera, infatti. Vogliano gli angeli di Dio condurre il bacio di questa benedizione al cielo ultimo, prima che lo stesso bacio risorga dalle sue terribili labbra.
Amen.
(27-28/05/2026)


