Come l’ascendere dell’uomo nel proprio sangue

E fui nel mio cuore, come l’ascendere dell’uomo nel proprio sangue, tra le viscere avvampate per la creazione tutta di cui ne ero primo testimone. Eppure di me non v’era che essenza, immagine, e per questa mia somiglianza identitaria possedevo geloso l’infinita opera della loro liquefatta manifestazione. Il tempo non era che uno stato di quiete nel mio unico pensiero di una mente intimamente unita in sé nel né padre né madre. Ebbi a contemplarmi nella mia contemplazione perpetua, quella condizione in cui neanche la parola, il suono, potevano dimorarmi a proprio luogo. L’eternità non possedeva alcun nome e il mio principio succedeva al mio principio, in un movimento di alimentazione costante, nella costanza la quale l’alimento ero nel sempre io.
Ciò che avvenne nel né quando e né dove fu l’esaltazione del mio sentimento sterminato che non basto più a sé. Esso, fissato nella sostanza non mutabile dello spirito, in meccanismi di fecondazione incontenibili, sostenne il pathos. Alitando luce fui il principio e la fine compenetranti l’essere.


(A mio Padre)

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