L’atto di accusa e di ripudio

«E il Signore si pentì di aver fatto l’uomo sulla terra e se ne addolorò in cuor suo.»
(Gen 6, 6)

Occorre? A quali, tra tutti gli scenari,
necessito di sfigurarne il seno,
il mancato obiettivo,
adesso che il giorno
misura i limiti del suo animato ardire
con le sue iridescenti tenebre,
con i suoi analfabeti attimi dai quali lui solo,
invano, ne produce il male?
Creato nel sentimento di un ardore incontestabile
chi si muoverebbe a pietà verso tanto frutto
del rinnovato orgoglio umano
sul filo spinato del suo medesimo disonore?
Il pentimento per il giorno è inarrestabile,
quanto più i decreti incomparabili
ne annientano la sua metà,
la prossimità sempre più infima
della sopraffatta notte.
Ecco, l’atto di accusa e di ripudio
che ho posto innanzi all’uomo,
sempre più sterile di bontà
e innervato alla menzogna,
cresce come un cedro rigoglioso
fortificato dalla pioggia e dai monsoni
ed è già tra le labbra sudice e inzuppate
della sua indegna, degenerata prole.

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