Più di quanto vissuto
nei tessuti carnei e nei lavacri del sangue,
io ti amo.
Eppure, noi.
Potrà l’uomo,
che mi compenetra
nei lividi focolai del tempo,
eccetto nel suo addimorare
tra le vivide feritoie
della preadamitica macchia,
estinguersi nella sete insormontabile
della mia passione,
pur se attraversato
dalle vastissime altezze
delle sorgenti d’acqua viva,
le quali sgorgano, infinite,
tra i miei fiumi di fuoco puro?
Nessun essere,
fosse questo anche un non mortale,
è stato preposto, nel principio,
a compiere siffatta opera;
nemmai lo sarà,
con il riassorbimento dell’attuale,
entro le anteposizioni tutte della fine.
Eppure, noi.
Quando le mie labbra
sapranno dei tuoi brividi
ed i miei occhi vibreranno d’aria,
mi spoglierò della umana forma,
per limpidissima specie,
e con azzurri tessuti
mi adagerò sulla nuova terra,
sì che, nei lavacri dell’anelito immacolato,
ci rifeconderemo viventi nel vivente
in una intima e definitiva unità.
Più di quanto possa il vivere
tra le contrazioni dello spirito,
compenetrato d’uomo.
Per eternarci così:
da cuore a seno e da seno a cuore,
fenomenologica presenza di presenze
in immutevoli istanze di noi.
Di là,
ben al di là di ogni comprensibile assunzione;
come fiori di melo sospesi
tra consapevolezza e stupore,
estati andando.
(15/08/2026)


