Nell’ottavo mese, la diciassettesima notte del mese, nel ventiseiesimo anno della duemillesima età, lo Spirito del Signore è sceso su di me. Mi ha detto l’Altissimo:
figlio dell’uomo, oggi faccio di te accusa e difesa. In questa opera da requisitoria germoglieranno le mie parole di dolore e di gioia.
Tu, figlio dell’uomo, dirai:
così parla il Signore Dio:
come la corruzione è entrata nella terra, sull’abitante della terra, così, o abitante della terra, ascolta: sarai ovunque corroso dai vermi di questo male che da solo hai ricercato.
Ma ci sarà un tempo, sì, un tempo di consolazione e di redenzione, lì, dove tu, o abitante della terra, tornerai ad anelare con tutto te stesso a me, a colui che toglie il respiro e lo dà. Perché io conosco i tuoi pensieri prima che siano da te generati. E perché io sono misericordioso e pietoso. Io sono amore.
Oracolo del Signore Dio.
Figlio dell’uomo, vi sono intenti alcuni per conto di un qualcosa. Intingi nel tintillano la tua lingua, come stoffa di stilo di carne vergine e, per costoro, a insanguinata bocca, dici così:
Vene catartiche, mai caotiche,
slacciano relatività di bui
sui cani da esposizione,
i quali si addestrano
in branchi di sconfitte
per addimorarsi
nell’etimologia di una metafora
da palazzo dominato.
Ladri dalle zanne più annerite,
rubano il freddo
colato con il seme ultimo
dei morti impiccati,
per sezionarlo, poi,
in ulteriori plotoni di esecuzione.
E i loro pastori approvano,
associati, tutti associati
nella delinquenza più vile,
mostrando ognuno, empiamente,
il proprio delirio osmotico
alla terra e ai suoi abitanti.
Sono dei ciechi artificiali,
e guidano verso la fossa più profonda,
dal povero al branco,
l’ammucchiata indefinita dei popoli.
Marchiati con il chip irreversibile,
hanno per padrigno il male
e al bene riservano
le loro attenzioni peggiori:
veramente sono degni
di un viaggio senza speranza;
certamente non comprendono
che ad aspettarli
nel loro ultimo rantolo da battaglia
non vi sono che gli inferi.
Ecco.
Vanno infierendo,
si muovono nelle tenebre,
non agiscono mai da soli,
tendono insidie ai giusti
e procurano morte agli innocenti:
fossa dopo fossa,
gettano fango avvelenato sui piccoli
e fanno lunga presa sull’innocente,
per poi definirlo inutile preda.
Davvero costoro appartengono
ad una razza inviperita,
proveniente da un’unione illegittima,
dunque bastarda.
Il discorso della loro bocca
contiene soltanto colpa su colpa
e peccato, peccato
è il frutto delle loro insalivate labbra.
Eppure la grande superbia
che invade il cranio di tali esseri
rende orribili,
ad occhi vigili e buoni,
i loro cuori,
e i loro virulenti sguardi emanano fetori,
fetori dannati e selvaggi.
Ma esiste per tutti questi una ricompensa,
e una ulteriore mercede vi è già ad attenderli.
Infatti, coloro che sono l’oggetto costante
dei loro soprusi, delle loro lotte, dei loro abomini,
in verità sono chiamati
tra le braccia dell’Onnipotente
il quale vuole che questi siano provati.
E purificati,
come si raffina l’oro nel crogiuolo,
affinché, a tempo debito,
graditi e benedetti da Dio Padre,
siano stabiliti a governare tutte le nazioni.
Per i cani, invece,
e per i loro pastori,
verrà il tempo di divenire
da cacciatori e assassini
a greggi,
greggi pesati come pulviscolo
sulla bilancia dei più alti cieli:
si mangeranno l’uno con l’altro
e saranno per due tempi di tre
chiamati greggi fuggiasche.
Molti cadranno nella fossa
che loro stessi hanno scavata,
e altri, per il terrore di affrontare il bene in viso,
preferiranno gettarsi, come migliaia di porci,
nei dirupi dei macelli,
alimentando, così,
le perenni fiamme della gelida Geenna.
Ecco. Io li vedo.
Sono miserabili
come furono miserabili
i primi sette Adamo
pervertiti dalle seducenti menzogne
delle, altrettanto miserabili,
prime sette Eva.
Infatti la notte non trova riposo
per le loro libagioni deliranti,
per i loro oltraggiosi accordi
di vicendevole scambio
da monopolio e da contrabbando.
Spireranno ancora i venti del nord,
cadranno gli usignoli al suono dello jobel;
la mandragola fiorirà
tra le radici di un campo ammuffito,
dove a regnare sarà il seme sempre più fecondo
dei centoquarantaquattro mila morti impiccati.
Lentamente si resetteranno le aspre tenebre,
sulla verga di Aronne
pioveranno incenso e lacrime;
il mandorlo non restituirà né sapore né stagione,
e gli occhi dei monti dimenticheranno,
nel terzo dei tre tempi,
di vegliare sulle isole, sui colli,
e tra le scoscese valli.
Lì,
dove il mio Pastore mi donò timore e fedeltà,
rimarrà fedele soltanto il tramonto,
e con esso l’antitesi dei suoi slattati fenomeni.
Ma ecco.
Così parla il Signore,
colui che ha plasmato l’uomo
col soffio delle sue narici,
traendolo dal fango,
e che ha creato i cieli
per ovunque dispiegarli,
o abitatori della terra:
Venite a me, voi che siete di amore affamati.
Accorrete verso me,
o voi tutti che non siete stati di sete saziati.
Non abbiate paura: guardate. Assaggiate. Nutritevi.
Fuori i cani. Dapprima disperderò i loro padroni.
Come una sorgente che sgorga dal cielo
è sangue,
sangue e carne di vita eterna,
quella che io vi dono.
Tutto terminerà con una serratura:
se avanzerete,
essa avanzerà con voi,
con suoni di corno.
Non abbiate paura delle luci senza volto.
Aprite il cuore, a tempo opportuno,
spalancate l’orecchio, a tempo inopportuno:
io vi abito in una voce.
In una voce che chiama.
Questa è l’unica chiave maestra.
I sigilli, altrove!
Oracolo del Signore Dio.
Nell’ottavo mese, il diciassettesimo giorno del mese, nel ventiseiesimo anno della duemillesima età, lo Spirito del Signore è sceso su di me. Mi ha detto l’Altissimo:
figlio dell’uomo, oggi ho fatto di te accusa e difesa. In questa opera da requisitoria germoglieranno le mie parole di dolore e di gioia, prima che la terza veglia abbia fine e splendano sulla terra i dardi armoniosi della sublime aurora.
A consunta metafora, infine,
ti esprimerai con il soffio delle mie narici.
Parlerai così:
“Ak-bà ‘sla’bum ea sbe’majà
nétd kiedàs leains’imbolà
en ilelì trale’na tisha
en elilà tralì’ne tàsha”
Oracolo del Signore Dio.
(17/08/2026)


