Il mio diletto possedeva una vigna

(Re1 21, 1-29; Is 5, 1-7; Lc 20, 9-18)

Figlio della mia vigna ebbi un dono nella perlustrazione della dignità. Venne il giorno più amaro della nostra esistenza. Vangarono uomini sul mio primordio a nascita e cento, mille donne vendettero i loro corpi e i loro cuori ai loro idoli costringendo la parte debole ad unirsi a cotanta umiliazione. Dei loro riti ricordo il candore dei figli assassinati nel nome di chi, con spalancati occhi, non poteva guardare l’orrore straziante macinato dalla spessa disumanità. Vennero a me. Preso con bastoni e lamenti ne uscii solo nel corpo indenne. Poi, col sapore ancora fresco del mio sangue vivo tra le loro mani, tornarono con cento e mille donne, senza più grembo né figli da sacrificare, decisi a tutto pur d’immergere la mia vita nel dolore della morte più infame. L’ultimo mio saluto alla vita echeggiò in parole povere, spellate in ricordo del mio amato padre. E vangarono sulle mie spoglie per un giorno intero, credendosi così potenti da dimenticarsi del valore di un dono nella perlustrazione della dignità. Figlio della mia vigna, con ore calde vidi e mi rallegrai poco dopo quando l’eredità che mi spettava, e che mi era stata sottratta nel nome della più tetra violenza, fu riscattata ad un prezzo maggiore. E le generazioni future divennero il cantico per il mio diletto.


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