Non si odono più sorrisi, non si raccolgono più baci. La città è come la campagna. Umori di sterpaglia sotto brinate di rugiada. Chi deve attendere corre, chi deve ascoltare parla. Muore la terra, muore con i suoi abitanti. L’innocente è il colpevole. E compatito è il tiranno. I buoi hanno smesso di lavorare: sul petto dei contadini arano i sovrani. C’è una parola. La si vede e la si ode. Oltre la volontà omicida degli uomini. Ancora un poco, per la campagna, e i cacciatori saranno sopraffatti dalle volpi. Un poco ancora, nella città, e incestuosi alberi da lutto figlieranno. Chi deve proteggere invade, chi deve appacificare ammazza. Davvero la campagna delle notti cucite in viso è simile al giorno tiepido e sbracciato che la città va calpestando. No. Non si odono più sorrisi, non si raccolgono più baci. E allora piangi, o campagna che hai ritrovato ciò che di più caro avevi smarrito. La città, con la quale sei certa di concludere affari su affari, è in balìa di se stessa e, tempesta dopo tempesta, nell’acquitrino ove nasconde i tesori d’occidente e i misfatti d’oriente, le mosche morte fanno immarcire la sua tana privilegiata e le vedove nere hanno concluso di tessere la loro tela, dalla più vendicativa trama, tra pugnalate taciute e innocenze violate. Sull’oceano invernale, intanto, compiono le loro migrazioni stormi e stormi di cadaveri, guardati a vista da impauriti sterchi di mammiferi volatili. Questa è la storia. E certamente c’è chi la inganna.
(27/01/2026)


