Quando l’umanità intera, nettata al mondo

«Il giusto mio servo giustificherà molti, egli si addosserà la loro iniquità.» (Is 53,11)

Ruppe il silenzio,
così da tramortire perfino, dei presenti,
la concentrazione attribuibile al sonno dei peccati.
Col cuore gonfio di quell’angoscia primaverile
non s’attardò a benedire i suoi a servita tavola
quando fluì dagli ultimi segni, ad ormai giunta sera,
la legge intera compiuta in sua transustanziazione.
Di lì a poco si diradarono le voci, tornò il silenzio,
e quel calice ricolmo di sangue divenne amaro.
E lui lo bevve, senza trarsi dietro,
porta del suo gregge si fece avanti fino a baciarlo,
ad oltrarsi, quindi, verso la morte più infame,
quella della croce, lì dove ad abbandonato fiato,
con filiale abbondanza più non s’è risparmiato.
Tutto finisce, bellezza, sorrisi, potere,
giovinezza e vita, più di qualcuno disse.
A finire fu la morte, ecco la via che sposa la sua verità,
quando l’umanità intera, nettata al mondo,
fu spalancata dalla primogenita domenica,
quella dagli occhi del cielo, dalle venerate piaghe,
e dal braccio destro snudato ai prodigi più arcani.
Infine noi, i liberamente rieletti,
per masticarlo nuovamente quel pane che rende
angelico perfino il nostro male quotidiano.
Oh, quale dottrina più docile attraversò,
le trame dei millenni, col suo solo afflato?

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