Il male conobbe il mistero della guarigione eterna

«Ora, perché sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere sulla terra di rimettere i peccati, ti ordino – disse al paralitico – alzati, prendi il tuo lettuccio e va’ a casa tua.»
(Mc 2, 10-11)

Si corruppe il rapporto con ogni elemento. Il giorno leggeva il suo declino sulle colline degli abbandonati e il corso delle opere già volgeva, come un fiume destato dalla furia dei millenni, la sua migrazione verso la prefigurata meta. Erano troppi coloro che tendevano il loro ascolto alla parola più per la curiosità, per la necessità di estendere a loro piacimento l’umano fallire (ignari che il matrimonio del cielo era configurato nell’esatto di ogni parola che usciva dalla bocca dell’Uomo) all’altrui credo, che per la facoltà donata in origine alla propensione dell’ascolto puro, senza menzogna di alcun genere; nemmeno inconscio. Tanta era la folla che si era accalcata in quella casupola, tra quelle mura sbriciolate dalla fame ed ora immerse nella quiete di un’abbondanza diversa, che saziava coloro che attingevano un nuovo sapere, una dottrina a loro estremamente nuova, dalla fonte prima della misericordia, della carità incarnata nella verità. Dunque la sapienza trasfigurata nell’Essere che tutto abbracciava con il solo sguardo del suo Io-sono interiore. Venne portato, così, a braccia di compagni, un paralitico adagiato sulla sua anziana barella per la consolidazione degli eventi e per l’ennesima consacrazione del significato esteso alla povertà di una fede limpida e sincera. E fatto discendere dal cielo, come il Figlio dell’uomo, il paralitico disteso nei suoi peccati visse la loro remissione totale dinanzi allo sdegno di chi pensava che la Legge fosse una complessità di adempimenti estrinsecati da iota e trattini da subire, da mangiare. Così, prima di spirare l’alto grido, il male conobbe il mistero della guarigione eterna.

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