Dopo tre giorni

«“Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?”» (Lc 2, 49)

Il canto dei corvi rendeva l’aria immobile così come il tempo pareva adornarsi di un’atmosfera surreale.
Di ritorno in città, nella nostra casa di Nazareth, eravamo tutti quanti presi dal viaggio in carovana, ognuno col proprio bagaglio emotivo, spirituale. Credevamo che nostro figlio stesse dietro di noi, presso qualche nostro familiare. Dopo circa una giornata di viaggio c’impensierimmo, tuttavia, e decidemmo di cercarlo. Crebbe lo spavento, la paura percorse il nostro cuore così come i piedi degli inviati dal Signore sui monti della Galilea. Tornammo lì, dove l’avevamo con noi stretto per l’ultima volta, oltre le mura di cinta di Gerusalemme. Difatti era usanza di salirvi ogni anno per la Pasqua. Gesù aveva dodici anni e anche quell’anno ci recammo presso la cosiddetta città santa. Lo ritrovammo in quel luogo, dopo tre giorni, e ci rammaricammo e gioimmo nello stesso tempo, per la paura occorsaci e per averlo di nuovo tra di noi. Non ci diede modo d’interloquire sulle nostre emozioni, noi che genitori al mondo sentivamo dentro più che il diritto di richiamarlo. Il cuore palpitò d’indescrivibile, a me che ero sua madre, quando in mezzo ai dottori della legge ascoltava volentieri la legge del Signore e li interrogava, ammaestrando gli stessi che rimanevano stupiti per tanto insegnamento proveniente da un fanciullo che fanciullo non era. Quando ebbe terminato tornò con noi verso casa e tutti si chiedevano quali prodigi e portenti avrebbero guidato questo bambino nel nostro tempo. Lo stesso fanciullo che davanti a noi cresceva e si fortificava nello spirito con inaudita Sapienza e grazia davanti a Dio e agli uomini.
Che una madre pianga per un figlio è normalità.
Io, però, nutrivo nell’anima lo stesso ardore, lo stesso fuoco col quale davanti a mia cugina Elisabetta proclamai il mio inno di fede e così come il figlio suo, al pari del mio, cresceva. E mi tornò alla mente la sua benedizione mentre io magnificavo il nostro Signore.
Cominciavo a serbare nell’anima quella che sarebbe stata la nostra passione. Cominciavo nel contempo a nutrirmi, nello spirito, della esaltazione di mio Figlio e Dio mio Salvatore.


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