Il Figliol prodigo

«Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te» (Lc 15, 18)

Chiesi e ottenni la mia parte. Forse più del dovuto.
E lasciai famiglia e paese, pace e amabilità, vivendo in modo alquanto dissoluto e sprecando tutti i miei averi tra ubriachezze, inganni, soprusi e prostituzione. Già, io vendetti me stesso al pari di coloro che si vendono ad un idolo. Chiesi e ottenni di lavorare tra i porci, rubando di nascosto il cibo a loro destinato. Ormai nemmeno quel tipo di furto m’era concesso e così stavo per rivendere l’anima mia finché una voce di dentro, forse un angelo, rese lucida la mia coscienza dopo tanto, troppo tempo. Abitato dalla vergogna, mi recai alla paterna casa. Mai avrei immaginato cosa, di lì a poco, avrei ricevuto, in cosa sarei incappato e chi mi avrebbe rinnegato. Appena mi vide, mio padre, mi corse incontro e di se stesso fece un totale abbraccio alla mia anima, quasi fosse un agnello per me appena immolato. Mi vestì con i suoi calzari, mi mise l’anello più prezioso che possedeva al dito e dimorò presso la mia pelle senza rimorso alcuno, lasciando me nella piena esasperazione di chi è stupito, esterrefatto.
Chiamò i suoi servi, i familiari e i paesani per far festa grande, io che nella strada del ritorno pensavo nemmeno di eguagliare uno dei suoi servi, né uno dei suoi schiavi.
Festeggiammo e preso dallo spavento non osai cantare, danzare, esternare con parole il mio tormento vecchio, il mio dannato passato, il mio sorpassato lamento, finché udii la voce di mio fratello che rientrava dai campi, da lavorare.
Cosa egli mi rimproverò fu nulla rispetto a come si rivolse verso il nostro vecchio padre. Non aveva torto dopotutto, anche se la storia solo a lui pare poco abbia “condonato”.
Ciò che resta di me sono quelle parole che carezzarono la mia bocca accanto a quella di mio padre. Ero morto sì, e ritornai in vita, ero perduto davvero e per davvero fui per sempre ritrovato.
Chiesi e ottenni la mia parte. Forse più del dovuto.

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