Farò vecchie le cose future e quelle antiche le farò nuove

(Is 41, 21-29; Is 42, 16-19)

Eppure quel che più conta, per te, è la fine.
Senza nemmeno rendertene conto è proprio la fine il fulcro del tuo incosciente concetto.
Chi è più cieco del giusto,
chi è più sordo del servo,
chi è più muto dell’eletto?
Il giusto vedrà la luce,
il mio servo udrà la mia voce,
l’eletto parlerà con le mie parole.
Ma tu che non sei nemmeno infedele e che ti limiti ad adorare i tuoi idoli, ovvero il possesso diseredato sempre e solo di te stesso, poni per un attimo il tuo inutile interesse a questa mia riflessione. Tu puoi rievocare le cose antiche sicché possa io prendere atto e farne memoria e tesoro? Forse puoi, invero, predirmi gli accadimenti futuri così da farmi conoscere quale sorte toccherà al mio avvenire? Sei cieco e non lo vedi, sei sordo e non mi ascolti, sei muto e non ne parli.
Io che ho formato il seno di mia Madre potrei forse dissertare ancora con un disertore dell’altrui vita, uno spione spiato, una inconsapevole merce di scambio senza valore da barattare con la solita viltà o l’idiozia superba?
Farò vecchie le cose future e quelle antiche le farò nuove.
I popoli saranno, in quel tempo, governati dall’apertura di un passeggero stupore prima di essere sottoposti al giudizio del loro sinedrio discendente. Plasmato da chi dimora da sempre in me ritornerò nel seno di mia Madre, con il movimento uniforme che fa di me l’Alfa e l’Omega. Il Principio e la Fine. La stessa fine ch’empirà il principio del nuovo e del vecchio.

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