Abele

Penetrato dalla luce il suo pensiero cominciò a vivere.
Aveva conosciuto quel bene che, immerso nel candore della vita, gli aveva restituito del lungo sonno la nuova veglia. Figlio di una genealogia tratta dal fango e dal dolore, ebbe a crescere in modo irreprensibile concependo della giustizia la virtù dell’uomo. Pascolatore di bontà, avvenne anche per egli, nel trambusto delle dissolventi età, il propizio giorno. Così presentò, in forma piena di larga riconoscenza, il lavoro delle sue mani al suo amato, al suo Signore, al quale fu gradito il dono del figlio suo, quale primo sacrificio in favore della terra. Sì perché nei suoi occhi v’era l’innocenza compiuta, e mai scomparsa, instillata sin dalla sua nascita puranche nel vecchio padre, tradito dalla brama sensuale della conoscenza. Eppure la storia doveva volgere non al suo traguardo bensì al suo albore. Quel figlio sarebbe stato il primo erede di una vigna matura mai cantata d’alcun pastore, d’alcun contadino, e che nei secoli a venire avrebbe conosciuto molti, troppi esseri indegni aventi l’unico scopo su quella stessa terra pascolata dall’amore di compiere una dopo l’altra tutte le scritture a favore del frutto stesso della vite. E l’essenza pura del bene fu il traguardo genuflesso negli occhi di chi, posto alla sequela del Signore, antecedette e avvento e resurrezione.

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