Shemà Israel

(Mc 12, 28-34)

Non ero uno dei tanti. Scevro da qualsiasi apparenza religiosa e letteraria io eseguiva nella lettera i più delicati comandi.
Dottore della legge, mi distinguevo dalla mia costituzione e dalla mia appartenenza per il rigore nella liceità del singolo iota e nella ricerca sempre complessa atta a contestare la spregevole, eventuale colluttazione di ciò che ritenevo vero.
Accadde il giorno ed io eseguii della legge la stessa sentenza.
Innocente. Le sue labbra stillavano miele, la sua bocca era preda della proverbiale possessione di un amore che andava troppo oltre il modo mio d’essere, io che credevo fino ad allora d’incarnare a pieno titolo la legge con i suoi seicento e più precetti, lettera dopo lettera, parola dopo parola, ora dopo ora, giorno dopo giorno, condanna dopo condanna. Mi feci avanti e mi ritenne degno non solo della sua attenzione, ma del suo Regno. Pochi minuti prima ero fuori dalla sua logica del sapere, della madre che incarnava in lui la conoscenza. Poche parole per oltrepassare tutti quei precetti che influenzavano e causticavano le ferite dovute non da noi, bensì da tutti quei coloro che instillavano con il loro veleno fardelli sulle spalle della povera gente senza nemmeno pagare la loro parte, e addolorando della vedova la decima.
Non potei seguirlo, non era scritto nel suo trattino della legge più lieve e nel contempo levigato come nemmeno una pietra mai avrei immaginato. Un’analogia che mi stupii nel sempre.
Fu solo allora che io compresi la parabola della vita, il senso. Ero uno dei tanti.

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