Esclamasti del cielo il bacio che sgovernò tutta la terra

«Allora Pilato fece prendere Gesù e lo fece flagellare. E i soldati, intrecciata una corona di spine, gliela posero sul capo e gli misero addosso un mantello di porpora; quindi gli venivano davanti e gli dicevano: “Salve, re dei Giudei!”. E gli davano schiaffi.»
(Gv 19, 1-3)

Esclamasti del cielo il bacio che sgovernò tutta la terra. Quanto più s’avvicinava la sconfitta degli uomini tanto più con la tua sofferenza nobile, travalicata dalla codardia del vile, adesso puranche traditore, spegnesti ogni vergogna che rese i bambini frutto di scandalo e le pietre canovacci da battere i petti più indegni d’essere vissuti e, tuttavia, levigati come marmi dal quale solo un maestro avrebbe saputo trarne cose antiche e nuove. Conoscesti le battiture della miscredenza che piaghe resero la società imbavagliata nel suo scialle da menefreghista omicida. Ad ogni trafittura il cielo pareva squarciarsi nelle sue creature, mentre intonavi sotto ognuna di essa il tuo canto d’amore, di perdono. E se l’abito regale che oppose la derisione alla volontà di ascondere una paura meno velata del reale fu motivo di contesa, se la nudità che conseguì la immensa frustrazione dei boia non avesse reso vergogna allo stesso fattore imperialista che conduceva il mondo nella balìa dei porci e degli inganni, ecco avanzare la parola stessa nel suo potere verso lo strapiombo di un male illogico quanto sano se inteso nella sua concezione naturale. Asperso dal sangue che proferiva benedizioni e inni di lode, lì così cruentemente legato ad una colonna che pareva reggere i destini assetati di un mondo alla sua medesima gogna, offristi l’ulteriore sacrificio di grazia quando, a capo fustigato e percosso, ti venne “offerta” la corona, come se tu avessi bisogno di titoli, di onori, come i sacerdoti e gli anziani. Tu, mio Signore, amore mio, la rosa che ancor’ oggi provvede a noi, come la madre che piange nelle viscere per le sue spine.

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