Lamentazione

«Come il cane torna al suo vomito, così lo stolto ripete le sue stoltezze.»
(Proverbi 26, 11)

Lamento, questo siamo diventati.
Un lamento teso al logorio del pianto, della coscienza, della pace e della concordia. Un lamento che necessita di esistere poiché nel suo ininterrotto frastuono possiamo udire, come fossero voci fuori dal coro, le frantumate esistenze del quieto e libero alfabeto dei sentimenti, quelli veri, quelli puri, verso i quali quasi più nessuno intreccia la sua collana di speranza, di grazia, di carità, di fiducia, di benevolenza, di amore, di perdono. Eppure, nonostante tutto ciò, c’è un mondo che non smette di ridere in modo raccapricciante, analfabeta dunque, ignorante. Senza ravvedersi, dinanzi alla preghiera di moltitudini formanti la dignità di molti popoli, chiudendo gli occhi quel poco che basta per non accaparrarsi l’altrui dolore in quelle fastidiose, infantili, innocenti lacrime, esso rappresenta la povertà degli umani valori, la disfatta della nostra civiltà. Guardate. Squarciatevi pure il petto se ciò potrà facilitarvi nel compito opprimente di comparire in modo degno dinanzi ad una realtà che ci maledice e che non più normalità ci favorisce, ne bellezza d’animo, e tantomeno intimità di parola, di spontaneo affetto per quel pudore ormai abbandonato, di un desiderio forte anelante alla verità. Ecco. Abbiamo madri vedove, i nostri padri sono i nostri schiavi, abbiamo generato nella soddisfazione della sola carne e voltandoci indietro, dimenticandoci dei nostri figli alla mercé proprio di quel mondo di cui tessete le lodi e intrecciate le spine. Così si è avverata la parola che è stata maledetta, la dimenticata. Dunque lamentiamoci o uomini, latriamo se necessario come cani e piangiamo sulle stoltezze disseminate.

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