Ti scorgo abbarbicato al grumo dell’orfanezza

Ti scorgo torbido,
quando a notte la veglia è in dolce offesa,
abbarbicato al grumo dell’orfanezza.

Ai tuoi fianchi fiaccati
ascolto ancora il frusciare smanioso
delle umide fronde calpestate dai morti,

e tra quelle valli,
senza mai voltarti, supino
ti è vano ricordare del fratello e dell’amico.

Che forse tu, esule,
d’ogni tua vecchia grazia deflorato,
hai invertito perfino il tuo ideale di confino?

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Precedenti articoli

Tra i banchetti ultimi della terra

Sfigurato dal contesto umano donde con esatta scienza posso addurre che da lì, ad abiurate nazioni che impongono popolo ai…

Ecco compiersi in divenire il verbo

Affinché vi sia noto. Poiché in quanto alla misura non è più il valore dell’azione né il bisogno che nutre…

Nell’urna spalancata dai cieli dei miei fenomeni

Vivo sepolto nel sorriso degli angeli e, a convissuto etere, la mia provvisorietà si eleva in te, regno che tutto…

Al silenzio coniugato

Fervo. Di quest’ora immota è l’infinità che brilla sul pentagramma dell’uomo al silenzio coniugato.