Sulla superficie della vita e della morte

Andremo un giorno, sì.
Per ora, tuttavia, restiamo dove siamo.
Ed è il miglior bene che potesse accaderci
poiché, se il pensiero migra in altra Patria
e lì talora ne rimane, l’accudimento
che dobbiamo al nostro essere,
per compensare alle sottrazioni del male
con le sue devastanti scempiaggini,
arruola dapprincipio una mente,
una volontà, una forza, per mezzo
esclusivo di colei che tutto ha da fare
e che mai si stanca di sottomettere
il corpo ai suoi decreti.
È l’anima, l’unica e considerevole
emanazione che ogni creatura possiede,
dotata di energie sconosciute,
di algoritmi che fanno del suo bene
l’algebra infinito dell’amore,
della speranza, del coraggio,
della conoscenza e del bello.
L’uomo, in quanto tale, pure
il più potente, è un sottomesso.
E più questo concetto sfugge o
non è compreso, ben accetto,
più evidente si palesa. Sulla superficie
della vita e della morte siamo coloro
che galleggiano con le altrui ombre.
C’è chi detesta perfino la propria. L’approdo
personale, quotidiano, alla fine del mondo.

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