Screpola nulla, se non della pioviggine il laccio

Screpola nulla, se non della pioviggine il laccio,
avanza di una sfinge in muti toni l’ombra, la miseria,
come trasale un arpeggio l’infero, senza scale,
e dei fanciulli quell’anniversario smorto, dotta infanzia,
repressa gioia, recisa inflorescenza dall’infamia.

E della muffa poi quel sole, il reso della sera,
vittima clamorosa nel vermiglio fiore, la calunnia,
ora di confino nel tempo divallato, neve senza cielo,
per sfatto riso dall’ingenuità deposto, trasmutato a cenere,
di chi alla vita silenzio disparve, godere vano d’una tenebra.

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