Quel seme vivo

«Il seminatore uscì a seminare il suo seme. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada e fu calpestata, e gli uccelli del cielo la mangiarono. Un’altra parte cadde sulla pietra e, appena germogliata, seccò per mancanza di umidità. Un’altra parte cadde in mezzo ai rovi e i rovi, cresciuti insieme con essa, la soffocarono. Un’altra parte cadde sul terreno buono, germogliò e fruttò cento volte tanto». Detto questo, esclamò: «Chi ha orecchi per ascoltare, ascolti!».

(Lc 8, 5-8)

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Pervasiva doglia: abitatori di uteri da scienza, oltre fiato la parola è. Ciò che vi astringe il collo è il separatismo fusionale del non oppugnabile pneuma. Ed io che sono polvere e fango, mi cibo dell’efflusso fluente dei vostri aborti da guerra per rimetterli ai disgusti mai sazi dell’ombra di morte e delle non placabili tenebre. Oh, abitatori illusi di corpi, di corpi di nomi pronti a brillare tra le tante mareggiate dei più smagriti decenni: aliterete immobili silenzi, quando perirete al pari delle bestie. Oltre fiato trapiantatavi, la persistente doglia che darete al mondo sarà cadavere di vento, embolia di quella illusione atomica da sterilizzata gestazione per un isterico parto. Ed io, io che mi cibo dell’efflusso fluente dei vostri aborti da guerra, vi prevengo con una fame insostenibile e ben diversa: l’emorragica ora che correrà sulle mie labbra sarà il frutto riempito dal mio stesso grembo, quel seme vivo, torrente in piena e inarrestabile sorgente, che da vagito perfino alle scimmie e grugnito alle erbe, o abitatori di uteri da scienza, mammiferi dotati di parola, quella parola che vi astringe il collo e che oltre fiato è, nel separatismo fusionale del non oppugnabile pneuma.

(20/09/2026)